Commento al Vangelo di domenica 6 giugno

Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue.

(Elisa Moro)

“Bone Pastor, panis vere, tu nos pasce” (“Buon Pastore, pane vero, nutrici): la nota sequenza di San Tommaso d’Aquino, “Lauda Sion Salvatorem”, sintetizza pienamente il senso della solennità del Corpus Do-mini; riassumendo “tutta la dottrina cattolica sull’Eucaristia, con una conveniente forma poetica e una limpida teologia” (Schuster, Liber Sacr. Vol. V).

Il brano del Vangelo di Marco (Mc.14,12-16.22-26) ripropone la scena dell’Ultima Cena, riportando ogni fedele idealmente nel Cenacolo, dove il Signore, nel mistero, anticipò il sacrificio che si sarebbe consumato il giorno dopo sulla croce: “durante la cena Gesù immolò se stesso; sulla croce Egli fu immolato dagli altri” (S. Efrem il Siro, Inno Crocifissione 3, 1).

Data la vastità di riflessioni che si potrebbero proporre sul tema, si può concentrare l’attenzione su due aspetti. “Prendete, questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue” (v. 22. 24): l’Eucarestia è il dono del più grande amore, dono della Persona divina del Figlio che si offre per la salvezza degli uomini.

Il cristiano è chiamato a ricevere devotamente e con profonda gratitudine questa “comunione”, mangiando il Pane eucaristico. E’ molto eloquente l’espressione “ricevere la comunione”: quando si compie questo atto “entriamo in comunione con la vita stessa di Gesù, nel dinamismo di questa vita che si dona a noi e per noi” (Canopi, Fame di Dio, p.49).

Sant’Agostino, per esprimere la comunione eucaristica, riferisce di una visione, nella quale Gesù gli disse: “Io sono il cibo dei forti. Tu non trasformerai me in te, ma sarai tu ad essere trasformato in me” (Conf. VII, 10, 18). L’Eucaristia è un Pane differente, nuovo: non è l’organismo ad assimilarlo, ma esso conforma, trasforma, in Gesù Cristo, rendendo l’anima una cosa sola con Lui, e dunque aperta nel riconoscere il Signore nel volto dei fratelli.

“E dopo aver cantato l’inno, uscirono” (v. 26): Marco è l’unico degli Evangelisti a riportare, nell’episodio dell’Ultima Cena, il dettaglio del canto, che diventa segno tangibile della gioia traboccante e spontanea del cristiano: mangiare questo Pane è comunicare con il Signore vivo, che chiede di essere annunciato, nei fatti, a tutta l’umanità. Ecco il senso, sempre attuale, delle processioni eucaristiche: “vogliamo immergere il Pane del cielo nella quotidianità; vogliamo che Gesù cammini dove camminiamo noi, viva dove viviamo noi” (Benedetto XVI, 18/06/2006).

(Mc 14,12-16.22-26) Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

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