Commento al Vangelo di domenica 7 febbraio

Guarì molti che erano affetti da varie malattie

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

(Elisa Moro)

“Tutti ti cercano!” “Andiamocene altrove” (Mc. 1, 37-38). Il Vangelo di questa domenica, comunemente noto come “la guarigione della suocera di Pietro” (Mc 1,29-39), è in stretta continuità con quello della scorsa settimana. Gesù, infatti, dopo aver predicato “con autorità” nella sinagoga di Cafarnao, entra nella casa di Simone.

Un primo elemento su cui riflettere è proprio questo ingresso nella casa di Pietro, dove si trova la suocera inferma: Gesù entra nella dimensione più concreta e prossima a ciascuno, “sta alla porta e bussa” (Ap. 3, 20). Non è più la sinagoga, il luogo sacro, ad essere il cuore della nuova comunità di discepoli, ma una casa. Dio esce dal tempio, sapendo che l’uomo “è tempio di Dio” (1Cor. 3,16), per varcare la porta della quotidianità e ritrovarsi davanti alla vita vissuta nella concretezza, con i suoi problemi, addirittura davanti al grande interrogativo della sofferenza.

Da qui l’urgenza, di ogni cristiano, di orientarsi alla concreta storicità di Cristo che, entrando nelle dinamiche reali dell’esistenza, si è impastato di umanità: è questa “la dimensione costitutiva dell’uomo” (Giussani, Von Bal-thasar, L’impegno del cristiano nel mondo, 1971). “Nulla è più urgente – proseguono – che recuperare tutta la forza e la globalità di questo dinamismo”, per evitare forme di spiritualismi astratti, spesso autoreferenziali, che tuttavia non spalancano la porta a Colui che desidera entrare nella dimora dell’anima per trasformarla.

“Il Signore tiene per mano” (Sal. 36, 24); ecco un secondo aspetto: Gesù si china e prende per mano l’anziana inferma, fino a farla rialzare, rivivere. Viene da domandarsi: da quale malattia è risanata? Egli si occupa solo della febbre, che consuma “come arsura d’estate” (Sal 31, 4)? Colui che ha varcato poco prima la porta è la “Porta della vita” (Giovanni Paolo II, 11/02/2000), che permette di compiere un Esodo dal peccato alla salvezza, dalla notte profonda al mattino della vita eterna, dall’essere immobili al servizio, che è vera guarigione del cuore.

Quello dunque descritto nel Vangelo non è solo la narrazione di un miracolo, ma un segno profondo che permette di comprendere, soprattutto nel contesto attuale, come “la vera e più profonda malattia dell’uomo è l’assenza di Dio” (Papa Benedetto XVI, 08/02/2009), poiché un’esistenza senza amore e senza verità non sarebbe vita vera: “venga dunque il Signore ed entri nella nostra casa!” (San Girolamo, Comm. Ev. II).

(Mc 1,29-39) In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

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