Commento al Vangelo di domenica 9 maggio

VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO B)

Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici

(Elisa Moro)

Rimanere nella gioia del Suo amore. Prosegue il discorso (Gv. 15, 9-17) pronunciato da Cristo prima della Sua Passione, un’autentica promulgazione della nuova alleanza fondata sull’amore. Il Signore dona un “comandamento nuovo”, che perfeziona la legge antica, spoglia dell’uomo vecchio, rende “uomini nuovi, eredi dell’alleanza eterna, cantori di un nuovo cantico”, capaci di un “amore che rinnova tutti i popoli e tutto il genere umano” (Agostino, Ev. Joan. 65).

Un primo spunto di riflessione è offerto proprio dall’oggetto del comando: l’amore (agape) che permette di “rimanere” saldi. Questa parola, così diffusa nella contemporaneità, spesso con un significato superficiale, nasconde la più grande verità dell’esistenza di ciascuno: nessuno è frutto del caso, all’origine c’è un progetto di Dio, come ricorda il salmista “mi hai tessuto nel seno di mia madre… tu mi conosci fino in fondo” (Sal. 138, 13-14).

Sperimentare consapevolmente di essere amati significa rimanere radicati in Cristo, nella fede, che non è vuota accettazione di formule e concetti, ma “una relazione intima con il Signore” che porta “a vivere come persone che si riconoscono volute da Dio” (Benedetto XVI, GMG Madrid, 2011).

A partire da questa esperienza si è capaci di vivere con occhi nuovi, da vero cristiano, tutte le vicende dell’esistenza, anche quelle dolorose. Gli stessi valori, i progetti, i sogni, tutto è perfezionato da Cristo, l’unico modello a cui conformarsi, poiché, per usare un’espressione cara a San Filippo Neri: “chi vuole altra cosa che non sia Cristo, non sa quello che si voglia”.

“La mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (v.11). Di quale gioia parla il Signore?

La serena allegria, che certo non è l’effimera e smodata allegria del mondo, proviene dall’intima certezza di essere figli di Dio, amati al punto di essere chiamati “amici” dal Verbo. Questa consapevolezza non può rimanere teorica, ma testimoniata, “proposta” al mondo, come ricorda il teologo Von Balthasar.

Si incontrano sempre più cristiani dal volto triste, ma questo è un ossimoro!

Il cristiano è chiamato ad essere testimone esuberante di gioia, bandendo, da tutte le sfumature dell’esistenza, scrupoli e malinconia, sull’esempio di un giovane Beato piemontese, Pier Giorgio Frassati: “Tu mi domandi se sono allegro. E potrei non esserlo? Finché la fede mi darà la forza, sempre allegro! Ogni cattolico non può che essere allegro” (Lettera alla sorella Luciana, 14 febbraio 1925).

(Gv 15,9-17) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

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