Il messaggio di Papa Leone per la sessantesima Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali intercetta una preoccupazione che da tempo attraversa il lavoro educativo e formativo, soprattutto negli ambienti scolastici. Quando il Papa afferma che “il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona” e che “manifestano la propria irripetibile identità”, ricorda che la comunicazione ha come principale dimensione quella relazionale, con le persone. Non a caso richiama l’origine di parole come prósõpon e persona, dove il volto e la voce indicano “il luogo della presenza e della relazione”. Dire che “volto e voce sono sacri” significa riconoscere che non tutto può essere simulato senza conseguenze.
In un contesto in cui spesso si parla dell’uomo come di un insieme di processi prevedibili, il Papa mette un argine netto: “Non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo”. Al contrario, “ciascuno di noi ha una vocazione insostituibile e inimitabile” che prende forma proprio nella comunicazione con gli altri. È qui che l’intelligenza artificiale pone le domande più serie. Papa Leone avverte che, se viene meno questa custodia, “la tecnologia digitale rischia di modificare radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana”, arrivando a simulare “voci e volti umani, empatia e amicizia” e a invadere “il livello più profondo della comunicazione”.
La questione, come il Papa chiarisce senza ambiguità, “non è tecnologica, ma antropologica”. Per questo mette in guardia in modo particolare sui chatbot, “sorprendentemente efficaci nella persuasione occulta”, capaci di imitare i sentimenti e di “simulare una relazione”. Questa antropomorfizzazione, scrive, può diventare “ingannevole”, soprattutto per le persone più vulnerabili, perché tali strumenti possono trasformarsi in “architetti nascosti dei nostri stati emotivi”. È una preoccupazione che tocca anche il supporto psicologico e l’accompagnamento spirituale, quando il bisogno di relazione viene intercettato da sistemi sempre disponibili e apparentemente empatici.
Il rischio più grande, conclude il Papa, è quello di sostituire l’incontro con l’altro con “un mondo di specchi”, dove tutto è costruito “a nostra immagine e somiglianza”. Ma “senza l’accoglienza dell’alterità non può esserci né relazione né amicizia”. Per chi si occupa di educazione, questo messaggio è un richiamo urgente: custodire i volti e le voci significa custodire l’umano, prima che venga ridotto a una simulazione ben riuscita.


