La scuola è aperta a tutti“: la chiara indicazione dell’art. 34 della Carta costituzionale ha consentito al Presidente Mattarella di “correggere” l’inquietante messaggio della premier Meloni sugli studenti “stranieri”: non più del 30% per classe. Il gen. Vannacci, leader dell’ultradestra che tifa per i filonazisti dell’Afd e per Putin, sostenitore delle classi separate per i disabili, ha apprezzato la linea Meloni; Mattarella, che non è in campagna elettorale, continua inflessibile nella difesa dei valori, laici e cristiani, che sono alla base della democrazia repubblicana: l’uguaglianza delle persone, il ruolo della scuola per l’inclusione sociale, senza nuovi ghetti, con “un’etica condivisa”, l’impegno delle istituzioni a non recedere dalle difficoltà, pur in momenti complessi, il pieno sostegno agli insegnanti.

Il Presidente ha parlato ad Amatrice, nell’anniversario del terremoto; nelle stesse ore, al Consiglio della CEI, il presidente card. Zuppi esprimeva concetti non dissimili, rilevando che “una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace”.
La Meloni ha risposto, seccata, al Colle ricordando una circolare degli anni ‘90 sugli stranieri in classe dell’allora Ministro dell’Istruzione Mattarella. Ma la nota era per l’inclusione, non l’emarginazione.

Resta una domanda essenziale: il provvedimento in discussione riguarderebbe mille classi su trecentomila: un fenomeno limitato che non motiva un provvedimento d’urgenza, a scuola già avviata. È possibile che l’effetto Vannacci possa determinare un simile terremoto culturale e sociale, con gli studenti “vittime incolpevoli”? La misura, destinata a creare nuovi fossati sul tema delicatissimo dell’immigrazione, può essere accettata da Forza Italia, legata al Partito Popolare Europeo, senza violare i principi del liberalismo?

Chi invece non ha dubbi è la Lega, che esprime il ministro dell’Istruzione Valditara; d’altra parte Salvini, a Pontida, ha confermato la linea di estrema destra, sfidando gli oppositori interni ad un congresso straordinario in ottobre, ribadendo la vicinanza all’Afd e alla Russia.

Sulla linea Mattarella le opposizioni (compreso Calenda). Ma il “campo largo” vede crescere lo scontro Conte-Schlein, al punto da indurre il verde Bonelli a chiedere nuove soluzioni, senza le “primarie”. Il leader pentastellato sembra tuttavia irremovibile: all’Assemblea di Milano ha esposto sondaggi che lo danno vincente sulla Schlein (lo sostiene anche il “Corriere” con Nando Pagnoncelli). Soprattutto Conte ha fatto approvare dai ventimila militanti (on-line) un programma in buona parte distante dalla linea del Pd.

In politica estera c’è il no agli aiuti militari all’Ucraina, come chiedono anche, per diversi motivi, Salvini e Vannacci, mentre i Dem, come i socialisti europei, sostengono il diritto di Kiev alla legittima difesa, dopo quattro anni di aggressione russa. Proprio in questi giorni un’autorevole Ong americana, Freedom House, ha diffuso un’inchiesta sulle condizioni di libertà e democrazia per gli ucraini nei territori occupati da Mosca: la vita è peggiore di quella di Gaza!

Sul dilemma delle “primarie” anche nel Pd, dopo i Verdi, cresce il partito della rinuncia, con la proposta di un “federatore”. Attivissimo in questa direzione l’ex premier D’Alema, che punta sui sindaci: la genovese Silvia Salis, riformista, il romano Gualtieri, ex Ds, il napoletano Manfredi, mediatore tra Dem e M5S. Ma per la riuscita dell’operazione è essenziale un passo indietro dei leader Conte e Schlein. Sarà mai possibile?

Sul “campo largo” aleggia lo spettro del 2022 quando il mancato accordo Letta-Conte consegnò il Paese alla Meloni. Per intanto i due Poli non sono riusciti ed incontrarsi neppure sulla gestione della crisi energetica (crisi petrolifera, abolizione del bollo auto-moto, questione nucleare…).

Ma i partiti, tutti, debbono stare attenti all’astensionismo, come avvertono, preoccupati, i sondaggisti.