“Dalle Alpi ai Ghati”

PROSEGUE IL RESOCONTO DI VIAGGIO DEI TRE SALESIANI DEL CAGLIERO

(sesta puntata)

Torino, “La Crocetta”, 24 Agosto 1935

Svegliati dal Signor Don Bertola, ce ne partiamo alla chetichella dalla Crocetta prima che suoni la levata, e ce ne andiamo a Valdocco, dove abbiamo il bene di fare le nostre pratiche di pietà in Maria Ausiliatrice, proprio nel giorno a Lei dedicato: compresi di questa lieta coincidenza, cerchiamo di domandare alla nostra cara Mamma Celeste le grazie ed i favori in maggior cifra che per il consueto! Subito dopo colazione andiamo col tram a San Paolo, dove visitiamo la Chiesa ed il grande Oratorio, che tanta parte ebbe nel miglioramento morale di questa borgata. Vediamo il bel teatro dal palco bellamente attrezzato alla moderna; su cui si trova attualmente un grande e riuscito “carboncino” del Duce, eseguito da un allievo.

Ce ne andiamo ancora col tram a San Francesco d’Assisi, la Chiesa che contiene un altare dedicato all’Angelo Custode, dove, come sapete, il nostro Santo Padre Don Bosco celebrò la sua prima Messa. Leggiamo commossi la bella lapide commemorativa; passiamo poi in sacristia, dove notiamo il posto preciso dell’episodio Garelli, appena fuori il piccolo cortile di ricreazione; al termine di una scala la “camera-cappella” del Beato Cafasso, il santo confidente e consigliere di Don Bosco.

Ancora dopo andiamo alla Consolata, la Chiesa aristocratica per eccellenza di Torino: notiamo la signorilità del tempio, il posto dove fu rinvenuto il quadro con l’immagine famosa, la Cappella delle tre Regine Maria Teresa, Adelaide e Margherita di Savoia. Ritorniamo quindi a Valdocco, e pranziamo in locale attiguo al Refettorio del Capitolo. Visitiamo finalmente Valdocco, con particolare riguardo al Santuario; alle camerette di Don Bosco, per rivedere ancora una volta quelle venerande reliquie del nostro Santo Padre, di Domenico Savio!

Terminata la visita a Valdocco, andiamo al Cottolengo per veder quelle “Famiglie” di ricoverati. Vorremmo far presto, ma ecco che Uboldi deve salutare non so quante Suore del suo paese: una, due, tre, cinque! Quando poi egli ha finito, c’è ancora Baron che non ha terminato… Non ne possiamo più; dovendo egli rimanere, ce ne andiamo. Dal fare misterioso di Lupi e Uboldi, tornati finalmente tra noi, dubitiamo che vi sia qualcosa sotto… Dopo alquanto tempo riusciamo a sapere il loro secreto. Essi erano in conversazione con le Suore e alcune pie e distinte Signore, quando ad una Suora viene in mente di chiedere la benedizione a Uboldi: non l’avesse mai fatto! Uboldi si dimentica di rispondere che non può, in cambio continua a dire a Lupi che lo faccia lui… Lupi gli dà delle occhiate, pare voglia mangiarlo; ma l’altro non capisce, continua imperterrito nella sua istanza, fino a che il povero Lupi, per farla finita, alza il Crocifisso e pronunziando lo sa il Signore quali parole, benedice le Suore e le Signore presenti! Uboldi è subito beato per questo, non così Lupi, che ancora oggi, a tanto tempo di distanza, strabuzza gli occhi al solo pensarci!

Dunque, terminata la visita al Cottolengo, ce ne andiamo col tram al “Rebaudengo” per salutare il Signor Don Pessione: giungiamo (bella coincidenza!) qualche minuto prima che la Comunità faccia il suo ingresso in Casa dopo il periodo delle vacanze. Visitiamo intanto un po’ l’Istituto, fino a che sentiamo che arrivano. Sono circa le quattro pomeridiane, quando entrano cantando i “Rebauden-ghini” e corriamo subito incontro al Signor Don Pessione: lo salutiamo, lo complimentiamo un po’, ma egli dice che non ci sente, sembra voglia mostrarsi freddo… Ma noi lo conosciamo anche un po’, e perseveriamo: finalmente egli la cede, e diventa per noi quel caro Superiore che fu sempre: Egli, giovane Sacerdote, ha per ciascuno di noi uno sguardo, una parolina, un incitamento che non dimenticheremo più. (Compagni, non dimenticate il Signor Don Pessione; e se potete, scrivetegli sovente).

Salutiamo il Signor Don Moretti; il Signor Don Toigo; il Signor Riva, nostro caro ed antico compagno… Il Signor Don Pessione alla fine, sentendo le prodezze di Lupi ad Ivrea, gli raccomanda di lasciare in pace Colombo, specialmente quando saranno sulla nave, o almeno di fargliele meno grosse… Lupi, da vero lupo di mare, promette mari e monti di ascoltare e praticare il consiglio: posando la mano sul petto dice: “Promessa da marinaio!”.

E così dopo d’esser rimasti alquanto tempo in compagnia del Signor Don Pessione, ce ne ritorniamo a Valdocco, dove incontriamo i compagni Americani coi quali c’intratteniamo fino all’ora di cena. A quest’ora siamo invitati, noi partenti di Madras, alla Mensa dei Superiori Maggiori… Siamo un po’ titubanti, ma riflettendo che andiamo alla tavola di Don Bosco Santo, non vogliamo far torto alla Sua bontà, riflessa nella paternità di ogni nostro Superiore; entriamo quindi con disinvoltura nel Refettorio.

La cena la facciamo nella più tranquilla serenità ed allegria, tutto va ottimamente… Se non che, Colombo rimane vittima di un incidente: essendo ché sta parlando col Signor Don Ven-drame, cui siede vicino, volendo nello stesso tempo posare il turacciolo sulla bottiglia da cui ha appena mesciuto del vino, questo scappa via e casca proprio nel suo bicchiere, spargendo o meglio spruzzando il vino tutto all’intorno, disegnando una spiacevole “rosa dei venti” sulla candida tovaglia! Colombo perde proprio la sinderesi ed il filo del discorso; pensa, quasi con paura, non tanto al momento attuale quanto alla ferrea memoria che ne avrà sempre quel benedetto Uboldi… tuttavia il Signor Don Vendrame pone per intanto rimedio al guaio passando sopra la macchia il tovagliolo; così il povero Colombo può fiatare ancora un po’ e ridiventare perfino ancora allegro!

Finita la cena, dopo qualche minuto passato in Maria Ausiliatrice, lasciamo l’Oratorio e ritorniamo per la notte alla Crocetta… Dalla Crocetta ci assentiamo ancora un po’ per andare a trovare i genitori del Signor Don Meliga: siamo da loro accolti festosamente, e ci intratteniamo con loro per circa un’ora. Mentre ci disponiamo a partire, ecco che arriva a casa da soldato il fratello del Signor Don Meliga, il Signor Carlo, che invece di rimanere a casa in congedo, partirà tra giorni per l’Africa.

Ne facciamo di cuore la conoscenza, partecipando anche alla gioia dei genitori. Calmata dopo un po’ l’emozione, ce ne partiamo; e ci promettono che verranno alla stazione l’indomani mattina, per un ultimo saluto. Ci avviamo, ormai a tarda notte, verso la Crocetta, dove dopo qualche tempo prendiamo riposo.

(prosegue sul prossimo numero)

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