“Dalle Alpi ai Ghati”

PROSEGUE IL RESOCONTO DI VIAGGIO DEI TRE SALESIANI DEL CAGLIERO

(Ottava puntata)

Però si tratta di tornare a bordo del “Victoria” dove non è possibile, non è permesso di tenere vino… Che fare? Avanti Savoia! Se la va, la va! Giunti infatti al porto, saliamo la scaletta del “Victoria”. Un gendarme guarda con intenzione i nostri involti, ma noi, franchi franchi diciamo: “Fotografie!” e proseguiamo imperturbabili… Il povero milite sgrana gli occhi, come se non avesse capito bene, ma un po’ per il sopraggiungere della gente, un po’ perché noi eravamo già oltre, la cosa riuscì bene, a buon mercato.

Il nostro caro Capo-Spedizione è un po’ scandalizzato dalla nostra birbonata, ma alla fine dice lui stesso che non si poteva fare diversamente; ed è contento pure lui di sapere che ancora per qualche giorno potremo godere del buon vino italiano, l’unico vero ricostituente, forse, del nostro indebolito sistema nervoso.

Portiamo gl’involti nelle cabine, non senza esserci assicurati che lo sappiamo soltanto noi dove li mettiamo, e lì per lì facciamo l’inventario di quanto possediamo: voglio dire, enumeriamo i nostri possedimenti: quattro fiaschi di vin generoso, uno di vermouth, un’altra bottiglia di vermouth e… udite bene: tre bottiglie di cognac di marca, cioè di quello che fa sbrisciare la gola e gli occhi… In tanta abbondanza, ci domandiamo: “Fino a quando durerà? Arriveremo in India?”. Ma alla fine diciamo: “Mah, chi vivrà, vedrà!”. E andiamo a pranzo.

Dopo pranzo scendiamo in cabina, alla chetichella, e inauguriamo i nostri sorseggi di ciò che v’ha nei fiaschi. Vorremmo subito abbondare, ma prevale il nostro gran senso di previdenza: decidiamo di fare il razionamento, a fine di prolungarne la durata… Sebbene ci costi molto, cominciamo subito.

Partiamo da Napoli alle 3 pomeridiane: si ripete lo spettacolo di Genova, con la sola differenza che invece della pioggia e della burrasca, abbiamo qui un sole, un cielo, un mare bellissimo, che ci sovvengono dei famosi versi di quell’altrettanto famosa canzone del “Su, cantiam”:

O dolce Napoli,
o suol beato
Ove sorridere v
olle il creato:
Tu sei l’impero
dell’armonia:
Santa Lucia, Santa Lucia!

Vorremmo dirvi mirabilia del panorama che abbiamo dinnanzi gli occhi, ma vogliate averne una sola idea nelle parole di un valente scrittore Salesiano, il quale comincia a parlare di Napoli in questo modo: “Napoli, la regina della Campania, la città della bellezza, della poesia, del canto, della gioia e della vita”… Nella nostra osservazione notiamo Capri, molti scogli… Infine ci stanchiamo, e andiamo a poppa dove prendiamo un po’ di riposo. Giunta l’ora del “tea” ci facciamo più onore di ieri; quindi, meditazione. Proprio adesso cominciano i guai: il nostro caro Baron si sente male, lo sapete di che si tratta, lo indovinate… Egli sarà molestato da questo disturbo fino allo sbarco a Bombay.

Dal canto nostro, iniziamo le scorrerie attraverso la nave per vedere, curiosare laddove ci sia qualche cosa di utile da imparare. Dopo cena vorremmo radunarci ancora sul ponte di 2a, ma constatiamo che questa sera sarà riservato per i passeggeri di classe superiore. Non ci sgomentiamo punto per il contrattempo, e ce n’andiamo a letto. Abbiamo però il permesso del Signor Don Giovanni d’alzarci all’arrivo allo Stretto di Messina…

Lo Stretto di Messina

Avvistiamo lo Stretto di Messina verso le 11 e mezza, ed a mezzanotte circa lo imbocchiamo: uno spettacolo caratteristico il vedere una doppia fila di luci, quella delle due sponde, nel luminore cupo delle acque… Si ha l’impressione che sulle rive vi sia illuminazione “a festa”: è una veduta proprio bella! Passiamo lo Stretto; ci allontaniamo un’altra volta dalla terra… Un po’ di nostalgia per la nostra cara Italia che lasciamo dietro… ma alla fine i sensi hanno ragione dello spirito, e or l’uno or l’altro abbandona il ponte, che a poco a poco rimane deserto. Sono pochi quelli che vogliono vedere fino all’ultimo le occhiate del faro ormai lontanissimo, quasi impercettibile…

Verso la 1 e 20 anche gli ultimi due rimasti, Colombo e Uboldi, credono di non vedere più niente, e dopo d’aver pregato un po’ per la Patria, per le loro famiglie, vanno pure loro a letto.

(prosegue sul prossimo numero)

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