Vivere in un collegio universitario produce un effetto collaterale prezioso: l’ascolto forzato del tempo presente. Da ottobre, con l’arrivo delle matricole, ragazzi che pochi mesi prima affrontavano l’esame di maturità, ho iniziato a percepire uno scarto netto nel modo in cui prendono forma le opinioni. Lo scarto riguarda l’informazione, dunque il modo in cui il mondo viene appreso e interpretato. Parliamo di giovani giovanissimi, adulti all’alba, già immersi in una prima autonomia fatta di esami, stanze condivise, vite da fuori sede.

Conversando di geopolitica, di conflitti che si accumulano, di leadership globali, di referendum imminenti, emerge una differenza profonda rispetto al percorso che ha formato la mia generazione, pur di pochi anni più vecchia. Io ho imparato a riconoscere le fonti, a selezionarle, a metterle in dialogo. So dove leggere di sport, dove cercare analisi geopolitiche, quali firme possiedono un’etica professionale riconoscibile. L’informazione resta, per me, un processo fatto di confronto, di gerarchie, di tempi lenti. Nel mio ambito parto dai testi originari e dai canali istituzionali, poi dal contatto diretto con le persone coinvolte. Solo dopo arriva la mediazione giornalistica, valutata criticamente. Da lì nasce un giudizio personale.

Nei giovanissimi questo itinerario appare rarefatto. Il baricentro si è spostato sui social, divenuti ambiente primario di apprendimento. Lì l’informazione assume la forma della velocità e della reazione. I contenuti attraversano lo sguardo senza sedimentare, diventano paradigma senza passare dal vaglio del pensiero. A questo si aggiunge la dinamica delle echo chambers: l’algoritmo intercetta inclinazioni e le restituisce amplificate. Il feed si trasforma in un oracolo che ripete ciò che già si pensa.

La conseguenza più evidente risiede nella fragilità argomentativa. Le idee esistono, spesso forti e identitarie., ma manca la struttura che le sorregge. Al posto dei principi emergono ideologie, costruite per accumulo emotivo. Parlare di Gaza, dell’Iran, degli Stati Uniti, dell’Italia che vota, significa ascoltare affermazioni prive di fondamento, sostenute da altre affermazioni.
Con un ragazzo del collegio ho provato un esercizio diverso. Nessuna conversione. Solo la ricostruzione delle sue tesi attraverso dati e fonti originarie, affiancata da punti di vista dissonanti. Il risultato è stato un allargamento dello sguardo. L’idea iniziale ha retto, acquisendo spessore.

L’informazione, quando educa, crea attrito. I social cercano adesione. In questa distanza si gioca una partita decisiva per una generazione che rischia di conoscere tutto, senza comprendere nulla o quasi.