Sono rientrato in una Roma piovosa qualche giorno prima dell’inizio delle lezioni universitarie, in occasione della chiusura della Porta Santa di San Pietro a conclusione dell’anno giubilare, con lo spirito di mettermi al servizio della Chiesa, in questo caso come altre volte per la Sala Stampa della Santa Sede.
Ogni volta resto colpito dalla macchina organizzativa che sostiene eventi di questa portata. Vederla all’opera è affascinante: un intreccio di ruoli, tempi, gesti che funzionano proprio perché nessuno li nota. Per me ogni volta è sempre sorprendente sentirsi, anche solo in minima parte, all’interno di questo movimento discreto. Ti accorgi che la liturgia non è solo ciò che appare sull’altare, ma anche ciò che accade attorno, prima e dopo, con una cura che ha qualcosa di profondamente ecclesiale.
E con gioia dico che vale anche per il mondo dell’informazione, che è quello in cui sono immerso. Attenzione, rispetto, cura nei modi, curiosità e anche sincera preghiera… devo dire che il clima fra giornalisti e fotografi è positivo.
Mi ha colpito il richiamo esplicito rivolto ai presbiteri concelebranti a non utilizzare il cellulare durante la celebrazione. Può sembrare un dettaglio, e invece racconta molto del tempo che viviamo e del desiderio controcorrente di custodire uno spazio altro, sottratto alle continue distrazioni, dove il gesto liturgico possa tornare ad avere peso e silenzio. Il contrario della maggior parte dei pellegrini che fino a poche ore prima ancora varcavano la Porta Santa. Pare che senza lo scatto di un selfie non si sia vissuto quel momento: tremendo.
Poi c’è il Papa. Ogni volta riesce a spiazzarmi per la sua delicatezza. Nel modo in cui celebra c’è un amore evidente per le cose di Dio, un’attenzione cristallinamente vera. Anche la nuova ferula – il bastone pastorale proprio del pontefice – che ha utilizzato mi è sembrata parlare. Richiama quella di Paolo VI, dello Scorzelli, ma il Cristo appare meno piegato, già attraversato da una luce di risurrezione. Ecco che i simboli parlano prima ancora che alle parole.
E le parole, poi, sono arrivate. “Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti di fronte alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora”. E ancora quella domanda, diretta, quasi disarmante: “C’è vita nella nostra Chiesa?”. Uscendo, sotto una pioggia che continuava a cadere imperturbabile, ho avuto la sensazione che il Giubileo non terminasse con la chiusura di una porta, ma con una missione affidata a ciascuno di noi. Che poi in fondo è la più scontata ma difficile da realizzare: essere cristiani.


