Dialoghi con il tulipano

(di Fabrizio Dassano) Eccovi l’ultima lettera giunta dal mio ex vicino, fuggito in campagna appena prima del nefasto dilagare del Covid 19. Puntuale come ogni settimana, come egli ormai ci ha abituati, non lesina pensieri astrusi. Giunto al suo 40° giorno di volontario romitaggio ormai appare con un equilibrio psicologico sempre più precario.

Caro ex vicino,
ho messo una scala doppia in giardino e spesso ci resto appollaiato sopra a contemplare il creato. Non ci sono rumori. Vedi che non soltanto l’inquinamento dell’aria e dell’acqua è diminuito, ma anche l’inquinamento acustico?

Ad ogni modo, dalla cima della mia scala resto in ascolto. Nel vicino grande albero di lauro ceraso (Prunus laurocerasus) grappoli di fiori bianchi a coroncine emanano un buon profumo dolciastro. È ormai da qualche giorno che centinaia e centinaia di api svolazzano e si posano su questi fiori e riempiono le loro sacche da polline poste sulle tibie e poi ripartono.

Il brusio è molto forte ed è una delle poche alternative al cinguettio di cardellini, e ai fischi dei merli, al gracchiare delle cornacchie e a quella serie di suoni che emette la ghiandaia.

Ho letto che la sua abilità più straordinaria, infatti, è di riuscire a spaventare i predatori o gli uccelli riproducendo i richiami di altre specie, per esempio dei rapaci. La ghiandaia è in grado di imitare una vastissima varietà di suoni, dai rumori del bosco fino al miagolio di un gatto o al pianto di un bambino. E in effetti posso dirti che per diverse mattinate ero convinto che sul mio balcone si aggirasse veramente un gatto miagolante.

Sono sceso dalla scala e sono andato a vedere l’aiuola dei tulipani: che spettacolo di colori! Che meraviglia ammirare con il sole a picco le corolle tutte aperte, che poi verso il tardo pomeriggio o il mattino presto sono belle chiuse. Infatti tulipano in turco vuol dire turbante (“tullband”).

Allora mi siedo sullo sgabello nel cortile ed inizio a dialogare con il tulipano. Un dialogo tra pari, infatti credo di parlare con Solimano il Magnifico, quando l’Impero Ottomano esportava tulipani in tutto l’Occidente. “Poi gli olandesi gli fecero ponti d’oro – mi ha spiegato -: si trattava di un paradiso fiscale e i turchi cascarono già allora nella trappola e adesso i tulipani vengono spacciati per olandesi…”. Così ha parlato il tulipano che però mi ha detto che la vera origine loro è nel lontano Pamir.

Già che c’ero, gli ho chiesto cosa ne pensasse dell’attuale situazione. Lui mi ha risposto che tutta questa agitazione di noi poveri umani al restare fermi a casa proprio non la comprendeva. Lui non aveva mai nemmeno pensato di lasciare il suo bulbo nell’aiuola in cui era nato. Già gli bastava aprire i petali il mattino per prendersi il sole e richiuderli a sera. Gli ho chiesto perché gli altri suoi consimili fossero rossi, gialli, screziati, e di altri colori ancora. Lui mi ha risposto che è normale. Ci sono esseri umani di tanti colori diversi che si agitano nella stessa grande aiuola. Alla fine mi ha chiesto se avevo del tabacco.

Si, gli ho risposto, e mentre andavo a prenderlo in casa sulla credenza ho pensato: Ecco perché si dice “fumare come un turco”!

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