Non siamo abbastanza preoccupati davanti agli eventi mondiali di questi tempi. Non siamo preoccupati del destino di Gaza che non è cambiato dopo la tregua; delle sorti dell’Ucraina di cui sentiamo il peso delle polemiche interne a maggioranza e opposizione che non aiutano ad immaginare il futuro; delle modalità di intervento come in Vene-zuela, visto che si pratica più la forza che il diritto internazionale.
E questo per rimanere nel perimetro delle cose che stanno succedendo; figuriamoci se siamo preoccupati dei pronostici degli osservatori su quello che forse sì, forse no, potrebbe capitare in un futuro molto prossimo. Men che meno siamo preoccupati del Darfur, che facciamo persino fatica a collocare sulla cartina geografica, e delle altre situazioni di crisi sul pianeta.
Stanno accadendo cose enormi e continuiamo a comportarci come se fossero parentesi, lontane, esotiche, a latitudini che non sentiamo nostre. Eppure il filo che le unisce è lo stesso che attraversa le nostre democrazie, le nostre economie, la nostra idea di futuro. Ma preferiamo non vederlo, altrimenti significherebbe ammettere che non si tratta di eccezioni, bensì di segnali.
Non siamo abbastanza preoccupati perché abbiamo normalizzato l’instabilità, l’eccezionale diventa routine, e quando tutto è emergenza, nulla lo è davvero. Non siamo abbastanza preoccupati perché continuiamo a leggere il mondo con categorie vecchie, mentre la realtà si riorganizza secondo altre logiche: controllo delle materie prime, gestione delle migrazioni, produzioni di armi, accesso all’acqua, alle rotte, ai dati. E noi discutiamo ancora come se il campo da gioco fosse lo stesso di vent’anni fa. C’è una svolta epocale in corso, ma facciamo finta che sia una serie di curve leggere.
Non siamo abbastanza preoccupati perché la preoccupazione autentica implica la responsabilità contro l’astensionismo del voto, significa accettare che “qui” e “altrove” non sono più separabili, significa smettere di pensare agli eventi globali come a una serie di drammi altrui e iniziare a leggerli come capitoli di una stessa storia, che ci include. Perché il mondo non sta improvvisamente cambiando: ha già cambiato direzione. E noi, semplicemente, non siamo ancora abbastanza preoccupati da accorgercene davvero.


