La preghiera come la conosciamo e pratichiamo nelle sue diverse forme e formulazioni, ha normalmente l’effetto di unire: l’uomo a Dio e gli uomini fra di loro. Se fosse divisiva non sarebbe più preghiera. Non è uno slogan, non è una bandiera, è un linguaggio universale che riconosce la fragilità umana. La preghiera può essere strumentalizzata, se esibita come antagonista a qualcosa o a qualcuno, se ad appannaggio di qualcosa o di qualcuno. Ma in quel momento non diciamo più che di preghiera si tratta. È altra cosa, che non appartiene né al Vangelo, né alla coscienza civile, ma alla tentazione di sostituirci a un giudizio che non è il nostro.

Il funerale del boss Domenico Belfiore, previsto per martedì pomeriggio nella parrocchia Madonna di Loreto a Chivasso, poi, per ragioni di ordine pubblico, collocato la mattina presto al Cimitero, era una forma di preghiera. C’è chi ha scritto di “funerali solenni” e chi, su quella nota scordata, ha interpretato una musica stonata. “Non si sarebbe trattato di funerali solenni e neppure di funerali come normalmente si intendono per tradizione tra la gente – ha dichiarato ad un giornale nazionale il vescovo di Ivrea monsignor Daniele Salera –. Si sarebbe trattato della Liturgia della Parola, una formula adottata dalla Chiesa cattolica, dove non c’è consacrazione e neppure la comunione e tutto è incentrato, appunto sulla Parola di Dio, una lettura biblica, un salmo e una lettura di un passo evangelico. E un commento alle letture seguite dalla preghiera dei fedeli e dal rito di commiato. Un rito semplice, sobrio, quasi austero, che ha comunque la sua dignità”.

Non era quindi una negazione del male compiuto dal defunto, non una provocazione, non un messaggio ideologico, non l’esaltazione del boss e neppure una cancellazione del dolore altrui. La preghiera non è contro la giustizia, non è un premio, non un riconoscimento pubblico di virtù, non una riabilitazione morale. È l’atto con cui si affida qualcuno a Dio. E affidare non significa assolvere. Non significa cancellare la responsabilità. Non significa dimenticare chi è vittima.