Domenica si celebra la 48ª edizione della Giornata per la Vita. Come spesso succede per queste ricorrenze, c’è il rischio di ripetere parole già sentite, con le consuete polemiche e schieramenti che si contrappongono. La vita preferisce le mani operanti, le storie concrete e i “” faticosi.

Nel solco del magistero della Chiesa cattolica, la vita non è un’idea astratta, ma un bene originario da custodire, dal grembo materno fino al suo naturale compimento. La Dottrina sociale della Chiesa insegna che la dignità della persona umana viene prima di ogni calcolo, prima dell’efficienza, prima dell’utile. E questa dignità chiede responsabilità condivisa. Difendere la vita nascente significa creare le condizioni perché scegliere la vita non sia un atto eroico, ma un’opzione reale, possibile, sostenuta. È qui che entrano in gioco i Centri di aiuto alla vita, le case di accoglienza, le reti di volontariato, le parrocchie, le associazioni che ogni giorno offrono ascolto, aiuti economici, accompagnamento psicologico, lavoro, casa. Non giudizi, ma presenze!

La legge 194, spesso ridotta ideologicamente a “legge sull’aborto”, nasce con un impianto che prevede esplicitamente la tutela della maternità, il sostegno alla donna in difficoltà, la rimozione delle cause che portano all’interruzione della gravidanza. Non è un dettaglio marginale: è una parte sostanziale della legge. Ma c’è chi preferisce non vederla, concentrando tutto sul diritto di abortire, come se l’unica libertà possibile fosse dire “no” a una vita nuova che chiede spazio. La Chiesa continua a dire “” alla vita che chiama in causa tutti: istituzioni, politica, economia e le nostre comunità cristiane. Non basta proclamarsi “per la vita” se poi non si investe in politiche familiari, in lavoro dignitoso, in servizi sociali efficaci. La vita si difende anche con bilanci e scelte concrete, non solo con principi giusti.

Chi sostiene la vita non chiede applausi, ma propone la conversione dello sguardo. Guardare la realtà così com’è: donne che vorrebbero tenere il proprio figlio ma non sanno come fare, uomini spesso assenti, una cultura che chiama “diritto” ciò che è spesso una sconfitta collettiva. E poi decidere di stare non contro qualcuno, ma per qualcuno.