Da una parte ci sono il fragore delle armi, i bollettini di guerra, la mappa del mondo variamente colorata. Dall’altra il silenzio assoluto dello spazio percorso dalla navetta Orion della missione Artemis II, fin dietro quel lato della Luna che per secoli abbiamo chiamato “oscuro”, come se fosse un luogo misterioso più dell’animo umano. Da una parte si combattono guerre che paiono non finire mai, dall’altra si progetta il ritorno dell’uomo su un altro corpo celeste.

Da una parte, la nostra specie dimostra di saper costruire tecnologie straordinarie: razzi che sfidano la gravità, moduli che si poseranno in regioni mai esplorate della Luna, che promettono un ritorno umano entro pochi anni. Dall’altra, quella stessa intelligenza continua a essere impiegata per perfezionare strumenti di distruzione. È difficile non cogliere la contraddizione: quale delle due è la nostra vera natura? Forse entrambe.

Il racconto dello spazio è qualcosa di più di una notizia scientifica: è una via di fuga, una pausa necessaria, il ricordo che esiste un altrove dove il rumore si spegne. È come se lo spazio ci offrisse una prospettiva che sulla Terra perdiamo troppo facilmente. Essa appare per ciò che è: una sfera fragile, luminosa, incredibilmente bella. Un luogo che, visto da lontano, sembra incompatibile con l’idea stessa della guerra e con le conseguenze con cui ci dobbiamo confrontare.

In questo contesto, il recente viaggio intorno alla Luna e il progetto di rimetterci piede tra un paio di anni sembrano avere qualcosa di terapeutico. Non risolvono i problemi della Terra. Non fermano le guerre. Ma ci ricordano che siamo capaci anche di altro, tanto altro e tanto di meglio. Ci ricordano che la stessa specie che si divide e si combatte, è anche quella che guarda il cielo e decide di tornarci, con rispetto e meraviglia; quella distesa silenziosa aiuta a ritrovare un senso di misura, a ridimensionare l’odio, a ricordarci che siamo parte di qualcosa di immensamente più grande. E che essere piccoli, dentro qualcosa di immenso, ci può far tornare a essere più responsabili.