Tessiamo un filo che tenga insieme alcuni temi e giorni apparentemente lontani tra loro: le battaglie delle arance a Ivrea, le ceneri sulla fronte, le urne referendarie, le medaglie olimpiche, e le ombre lunghe delle guerre.
Il Carnevale di Ivrea è una delle rappresentazioni più potenti di un popolo che mette in scena il conflitto per esorcizzarlo. La festa è identità, memoria civile, sfogo regolato. Finito il Carnevale, inizia la Quaresima.
Il vescovo Daniele nel suo messaggio (a pagina 3) richiama a sobrietà e conversione, a una fede meno ornamentale e più concreta, a una Luce che, se spenta in noi, deve ritrovare brillantezza con il digiuno, la preghiera, il silenzio e le opere di carità. Dal rumore alla coscienza, dalla piazza al deserto interiore: dimensioni che non si escludono.
Una comunità matura sa festeggiare senza dimenticare di interrogarsi. Sappiamo passare dalla festa alla responsabilità? Il referendum di marzo si annuncia come un banco di prova per i contenuti e per la partecipazione al voto.
La democrazia italiana vive da anni una stanchezza silenziosa, e l’astensione è la vera vincitrice di molte consultazioni. Il referendum è uno strumento esigente: richiede informazione, discernimento, presa di posizione. È quasi un atto quaresimale laico: sottrarsi alla superficialità per scegliere con coscienza.
Se la politica si impoverisce, non è solo colpa dei partiti; è anche il riflesso di cittadini a corrente alternata. Sull’altro versante, le medaglie olimpiche riportano al centro il merito. Le gare mostrano capacità di organizzare, investire, competere.
Lo sport non è innocente, ma ha una virtù rara: trasforma il conflitto in regola condivisa; l’avversario non è un nemico ma un limite che fa crescere. È una lezione che la politica internazionale sembra aver dimenticato. Si concretizza il “Board of Peace” per la gestione della crisi a Gaza, promosso dagli Usa.
L’iniziativa è stata accolta con scetticismo da molti osservatori; la pace non nasce da un “board”, ma da riconoscimenti reciproci, garanzie credibili e da una volontà politica che appare intermittente.
Senza giustizia, la pace è solo una tregua amministrativa. Non fa quasi più notizia la “guerra permanente” in Ucraina, ancor meno quella in Sud Sudan: guerre meno mediatiche, ma non meno drammatiche, dove la selettività della nostra indignazione è uno dei tratti più problematici.


