Digiunare per la pace. Almeno per un giorno, tutti insieme. Domani, su invito dei vescovi italiani di fronte alla grave crisi del Medio Oriente, che ci ha spinti a dedicarne il primo piano di oggi. Immaginiamo la facilità di adesione di taluni alla proposta, e la perplessità di tanti altri, fuori e dentro le nostre comunità, giovani e meno giovani, avvezzi o meno a certe dinamiche e linguaggi, dove il digiuno appare un gesto incomprensibile, estraneo alla sensibilità contemporanea, controcorrente rispetto al consumo frenetico e al soddisfacimento di ogni (presunto) bisogno.
Il digiuno sembra, a prima vista, strumento fragile di fronte alla violenza della storia, ma come gesto religioso va nuovamente riempito di significato, anche per chi vi è abituato, in modo che l’abitudine non prevalga sulla consapevolezza delle ragioni.
Da un punto di vista della comunicazione il digiuno è un linguaggio che trasmette qualcosa attraverso un gesto concreto; linguaggio del corpo che esprime una scelta interiore, che attraverso una rinuncia concreta comunica ciò che le parole da sole non riescono a dire; desiderio di conversione, solidarietà con chi soffre, ricerca di essenzialità.
È un linguaggio che rende visibile un atteggiamento del cuore, parla alla coscienza prima ancora che all’intelletto; è il modo con cui il credente (ma non solo lui) afferma che anche il corpo può diventare preghiera.
Il digiuno proposto per la pace assume anche valore educativo. Dice che la pace non è solo una parola, ma qualcosa che richiede scelte personali, anche piccole. Rinunciare a qualcosa per ricordare chi vive nella guerra può sembrare un gesto minimo, ma ha una forza simbolica importante: insegna che il destino degli altri ci riguarda e perciò richiama alla nostra conversione. La pace, infatti, non nasce solo da trattati e negoziati, ma da persone capaci di rinunciare alla logica della prevaricazione, dell’egoismo, dell’avidità.
Digiunare significa allenarsi a questa libertà interiore di guardare altro, guardare in Alto. Rinunciare volontariamente a qualcosa di necessario educa a non assolutizzare i propri bisogni e a riconoscere il bene comune di fronte all’interesse personale.
In questo senso il digiuno è una scuola di pace, di sobrietà, di lotta all’indifferenza, di solidarietà, di coerenza e autenticità, di preghiera e di compassione. Terreni su cui la pace può essere seminata e i frutti raccolti. Quando una comunità credente digiuna e prega per la pace, afferma che la storia non è governata soltanto dalla forza delle armi o dagli interessi geopolitici. Esiste anche una dimensione morale e spirituale che orienta le coscienze e genera percorsi nuovi.


