Abbiamo un’opinione su tutto. Sul conflitto internazionale, la riforma fiscale che non abbiamo letto, l’ultimo scandalo di cui conosciamo il titolo… Siamo diventati una società straordinariamente competente: tuttologi a tempo pieno, con specializzazione in “qualsiasi cosa stia succedendo adesso”. Il problema è che non pensiamo più. Reagiamo.
C’è stato un tempo, remoto, in cui tra un fatto e un’opinione esisteva uno spazio intermedio: quello della comprensione. Oggi è stato sfrattato per fare posto alla reazione immediata, veloce, sintetica, possibilmente indignata. Perché se non sei indignato rischi di sembrare disinteressato, e quindi emarginato. Indifferenza ed emarginazione sono il vero peccato capitale dell’era digitale. Così scrolliamo, leggiamo metà titolo, forse un sottotitolo se siamo un po’ scrupolosi, e via: pronti a dire la nostra. Che poi “dire la nostra” è un’espressione generosa; più spesso è un riflesso automatico, un gesto condizionato, come mettere un like, ma con più parole e meno responsabilità.
In questo ecosistema prosperano i leoni da tastiera. Creature mitologiche che ruggiscono forte, ma solo dietro lo schermo. Non importa l’argomento, geopolitica, medicina, economia, educazione dei figli altrui… loro ci sono; sempre pronti, sempre certi, sempre definitivi. Il dubbio, per loro, è una debolezza e l’approfondimento una perdita di tempo. Il paradosso è che non siamo mai stati così esposti all’informazione, e allo stesso tempo così poco inclini a elaborarla. Consumiamo notizie come snack, e come tutti gli snack danno una soddisfazione immediata, ma nessun nutrimento duraturo. Ci riempiono, ma non ci formano.
L’opinione, quella vera, costruita, pensata, diventa un lusso; richiede tempo, silenzio, persino il coraggio di non avere subito una risposta. Tutte cose che mal si conciliano con l’urgenza di esserci, commentare, partecipare a ogni conversazione. Perché oggi il vero rischio non è sbagliare, ma non dire niente. E allora parliamo. Sempre. Comunque. Su tutto. Diventiamo rumorosi. E nel grande teatro dell’attualità, non importa tanto cosa si dice; l’importante è dirlo per primi. O almeno abbastanza in fretta da sembrare tra quelli che “hanno capito”. Capito cosa, esattamente, è un dettaglio secondario.


