Felice come una Pasqua

(Filippo Ciantia)

L’altare era un tripudio di colori. L’invito a portare i fiori più belli dei giardini aveva mobilitato tutta la comunità: così le celebrazioni pasquali sarebbero state partecipate, anche attraverso queste forme meravigliose e colorate, da tanti, anche da chi poi le ha composte con delicatezza e adorazione. Prima dell’inizio della veglia pasquale, ho notato che don Roberto, il parroco, si intratteneva cordialmente con alcune persone in prima fila: cosa rara per la sua usuale riservatezza e pacatezza. Ho pensato fossero autorità cui rendere onore (da buon parroco).

Le tante letture bibliche ci hanno guidato, attraverso la storia millenaria dell’umanità e del popolo di Dio, alla proclamazione del Risorto e al rendimento di grazie. Poi, nell’omelia, don Roberto ha esordito con la domanda: “Che cosa significa oggi, proprio ora, la resurrezione?”.

Con entusiasmo ha indicato nella donna in prima fila, la contemporaneità della resurrezione. La nostra comunità, a nome della chiesa tutta, accoglieva Geidy, che riceveva il battesimo. Cresciuta a Cuba, mentre veniva educata all’ateismo pratico, la nonna le insegnava le preghiere e le parlava di Gesù, del Padre Nostro e di Maria, e della chiesa che lei aveva amato molto e che ora non potevano frequentare. Le aveva promesso, però, che un giorno sarebbe stato nuovamente possibile tornare in chiesa ad adorare il Dio vero. Geidy aveva conservato queste parole misteriose e dolci e la voce bella e saggia della nonna, per tanti anni. Poi, un incontro e il matrimonio l’avevano portata al nostro piccolo paese del Varesotto. I figli li aveva educati nella fede, ma, nella chiesa, ci voleva entrare pienamente anche lei.

Vincendo la naturale ritrosia e il comprensibile imbarazzo, aveva chiesto, anche se “era grande e straniera” di esser battezzata, come le aveva raccomandato la nonna quand’era in fin di vita. L’acqua benedetta stava ancora scorrendo sui lunghi capelli, quando don Roberto, sorprendendo tutti, ha iniziato commosso a battere le mani, seguito da tutta l’assemblea: e non si finiva mai, tant’era la gioia.

Geidy vuol dire Hedi o Adele, cioè di nobile stirpe: la stirpe di chi, come sua nonna, attraversa tutta la storia e, anche quando rimane un piccolo popolo, come oggi, testimonia il risorto. Sull’altare di Pasqua, Geidy era il fiore più bello.

Esegui l'accesso per Commentare