Il detto latino “nomen omen” evoca l’idea che in ogni nome sia custodito un destino, come un’eco che precede il cammino di una vita. Nella vita di Suor Azezet Habtezghi Kidane, il nome sembra farsi profezia: “Mi hanno chiamata Azezet, che significa ‘tesoro prezioso’”.

La vocazione di Azezet inizia a Massawa, in Eritrea dove, ancora una piccola bambina, dal villaggio di Tekelabi si recava con la migliore amica, Fatma, sulle spiagge del Mar Rosso. Lì vede per la prima volta i lebbrosi: il loro isolamento e le loro piaghe suscitarono in lei una profonda emozione: “Fin dalle scuole elementari rimasi fortemente attratta dai poveri e dagli ammalati”.

Quando, frequentando le suore comboniane, scopre l’attività delle missionarie nei lebbrosari decide di diventare una di loro. Essere infermiera è una ‘vocazione nella vocazione’. Sfugge miracolosamente alla guerra e alla morte, per arrivare a Juba, nel sud del Sudan. La città è circondata e bombardata continuamente. Anche qui scampa alla morte. Difende i de-boli e i poveri: viene espulsa con tutta la sua comunità.

Sbarca a Londra e scopre la “lebbra dei paesi ricchi”: la solitudine estrema e angosciante di tante persone, che in lei trovano amicizia e speranza. Poi le è concesso di ritornare in Sud Sudan a Nzara, dove sperimenta la bellezza della vita comunitaria e della carità con i malati di lebbra.

Poi viene inviata in Israele e Palestina. Tanta sofferenza, conosciuta anche personalmente, l’hanno preparata allo scandalo della divisione totale di due popoli, alla ingiustizia e alla violenza cieca e continua. Per 14 anni, prima di venire assegnata al noviziato internazionale di Brescia, lavora con i beduini del deserto, emarginati e reietti da tutti, ma profondamente umani e capaci di amare. Riesce a realizzare legami tra medici israeliani e i beduini palestinesi. Poi scopre la tragedia della tratta di esseri umani nel deserto del Sinai, diventando una delle loro ancore di salvezza.
“A poco a poco ho iniziato ad amare il Calvario e portare ai piedi della croce tutte le sofferenze che si presentavano ai miei occhi”.

Sostenuta da una intensa vita comunitaria, Azezet rappresenta una delle luci implorate dal Cardinal Pizzaballa nell’oscurità della Terra Santa. “Non possiamo permettere che l’odio e la violenza siano le uniche parole da dire. C’è bisogno di uomini e donne che sappiano testimoniare un modo diverso di vivere”.