Il 43° Raduno Internazionale dello Spazzacamino si è svolto dal 4 al 7 settembre 2026 a Santa Maria Maggiore, in Valle Vigezzo (Verbano-Cusio-Ossola) per ricordare questo duro lavoro.
Nell’immaginario contemporaneo, la figura dello spazzacamino è spesso legata a una visione romantica e fiabesca, distillata dalle narrazioni letterarie o dalle trasposizioni cinematografiche. La realtà storica dell’Ottocento piemontese racconta tuttavia una storia ben diversa: una vicenda fatta di miseria profonda, sfruttamento minorile e migrazioni stagionali drammatiche, in Canavese soprattutto dalla Valle Orco.

In questo scenario di diffusa vulnerabilità sociale, il rapporto tra i piccoli spazzacamini e la Chiesa cattolica si configurò come un legame ambivalente e complesso. Da un lato vi era la fede tradizionale delle vallate alpine, che accompagnava la dolorosa partenza dei bambini con benedizioni e rituali protettivi; dall’altro, l’azione concreta e innovativa della Chiesa urbana torinese – impersonata dai cosiddetti “Santi Sociali” – che cercò di strappare questi minori a una condizione di semi-schiavitù.

La Valle Vigezzo, situata nell’alto Piemonte al confine con la Svizzera, divenne nota nei secoli come la “Valle degli Spazzacamini“. Le condizioni di estrema povertà di queste comunità montane, la cui sussistenza dipendeva da un’agricoltura avara e da un allevamento di pura sopravvivenza, costringevano le famiglie a cedere i propri figli maschi più piccoli – spesso di età compresa tra i sei e i dodici anni – ai “rüsca“, gli spazzacamini adulti che assumevano il ruolo di padroni.

I bambini erano reclutati per via della loro corporatura esile, l’unica che permettesse di infilarsi nelle strette e tortuose canne fumarie delle dimore signorili. Ogni autunno, con la fine dei lavori agricoli, cominciava il viaggio migratorio verso le grandi città della pianura, come Torino e Milano, o verso i paesi del Nord Europa. Di bianco a questi bambini restava solo il candore degli occhi in volti perennemente anneriti dalla fuliggine; respiravano cenere per ore, soffrivano il gelo, la fame e camminavano con scarpe sfondate sui tetti ghiacciati. Prima di intraprendere questo esodo autunnale, la comunità si stringeva attorno al sacro. Il rapporto tra gli spazzacamini vigezzini e la Chiesa locale era profondo e radicato.

A Santa Maria Maggiore, il centro principale della valle, la Chiesa parrocchiale e i piccoli santuari limitrofi, come quello di Santa Maria del Sasso, non erano soltanto centri di culto, ma veri e propri punti di riferimento sociali. Prima della partenza, i parroci celebravano messe propiziatorie e benedicevano i piccoli migranti, affidandoli alla protezione della Madonna e dei santi. Per i piccoli rüsca, il legame con la parrocchia d’origine rappresentava l’unico filo conduttore con la propria identità e la propria casa in un mondo urbano che li percepiva come invisibili o molesti. Inoltre, gli spazzacamini che nel corso dei secoli fecero fortuna all’estero dimostrarono una straordinaria riconoscenza filantropica verso le proprie radici, finanziando la costruzione o il restauro di chiese e campanili nella valle, trasformando il successo economico in un’offerta di fede e prestigio per la comunità natia. La situazione mutava drasticamente quando i bambini raggiungevano Torino, la capitale del Regno di Sardegna in piena espansione demografica e industriale.

Nelle piazze cittadine, come Piazza San Carlo o Porta Palazzo, i piccoli spazzacamini vivevano ai margini della società, esposti alle intemperie, ai soprusi dei padroni e alla malavita. Fu proprio nel cuore del XIX secolo che la Chiesa piemontese espresse una delle sue stagioni più luminose attraverso l’opera dei sacerdoti sociali. Figure come san Giovanni Bosco e san Giuseppe Cafasso compresero che la cura pastorale non poteva limitarsi alla sfera spirituale, ma doveva tradursi in accoglienza e riscatto sociale. Don Bosco iniziò a percorrere sistematicamente le strade di Torino, avvicinando i giovani emarginati.

In Piazza San Carlo, il sacerdote spendeva ore a conversare con i piccoli spazzacamini di sette o otto anni. Ascoltava i loro racconti, i problemi di salute legati alle inalazioni tossiche e li difendeva apertamente dai tentativi di furto o dalle violenze dei lavoratori più grandi. Per questi bambini, il prete divenne un rifugio sicuro. Don Bosco offriva loro cibo, abiti puliti e un luogo in cui sentirsi accolti: l’oratorio. Nelle domeniche invernali, l’oratorio salesiano si riempiva di questi piccoli volti anneriti, ai quali veniva offerta non solo l’istruzione catechistica, ma anche rudimenti di alfabetizzazione e la possibilità di imparare un mestiere dignitoso. Parallelamente, l’ambiente ecclesiale torinese vide la nascita di strutture di assistenza specifiche. Su consiglio di san Giuseppe Cafasso, nacquero iniziative dedicate alla tutela di queste categorie svantaggiate, culminate in seguito nell’istituzione dell’Opera degli spazzacamini, diretta da don Ponte.

Queste istituzioni ecclesiastiche cercavano di regolamentare il lavoro dei ragazzi, ponendo un freno allo sfruttamento selvaggio operato dai padroni e garantendo loro un minimo di assistenza medica e religiosa. La Chiesa dell’Ottocento in Piemonte si propose dunque come un ammortizzatore sociale indispensabile, laddove lo Stato sabaudo mostrava ancora gravi carenze legislative in materia di tutela del lavoro minorile. In conclusione, il rapporto tra gli spazzacamini piemontesi e la Chiesa nel corso dell’Ottocento ha rappresentato un pilastro fondamentale per la sopravvivenza fisica e psicologica di migliaia di fanciulli.

Se nelle valli d’origine la Chiesa parrocchiale costituiva il baricentro della speranza e del legame identitario familiare, nelle realtà urbane della pianura la Chiesa dei Santi Sociali divenne lo scudo contro la disperazione e lo sfruttamento. Un legame storico indissolubile che oggi viene ricordato e celebrato nel Museo dello Spazzacamino di Santa Maria Maggiore, a testimonianza di un’epoca in cui la fuliggine dei camini trovò conforto nella misericordia e nell’azione concreta della fede.