“Fuoco amico” sull’Arandora Star?

(Fabrizio Dassano)

Inform, l’agenzia di stampa per gli italiani all’estero, rende noto che il 2 luglio saranno 80 anni dal siluramento dell’Arandora Star da parte del-l’U-47 al comando di Günther Prien della “Kriegsmarine”, che costò la vita a 865 persone tra italiani, tedeschi, austriaci ed ebrei fuggiti dall’Europa delle leggi razziali. Gli altri erano emigranti, e una piccola quantità (86 uomini) prigionieri di guerra. “Molte domande rimangono senza risposta ma gli italiani di Londra non dimenticano”.

La ricorrenza sarà celebrata su Facebook con il deputato Massimo Ungaro, eletto nella circoscrizione Estero-ripartizione Europa, che organizza insieme ad “Arandora Star Memorial Trust”, Consolato Generale e “Comites di Londra” un evento video pubblico “per commemorare insieme le vittime e ritornare con la memoria a quel periodo storico estremamente complesso”. Per la onorare la memoria delle vittime la comunità italiana di Londra si ritroverà in rete oggi, giovedì 2 luglio, alle 6.30 pm (ora del Regno Unito). L’invito è aperto a tutti e sarà trasmesso in diretta sulle pagine Facebook “Arandora Star”, “Comites di Londra”, e “Massimo Ungaro”.

Nello stesso giorno, e per la prima volta in Canavese e forse in tutto il Piemonte, anche il sindaco Sergio Luigi Ricca sarà impegnato in un’analoga cerimonia a Bollengo. Qui il nipote di un perito nel naufragio, farmacista in pensione di Glasgow, Edoardo Ceresa, omonimo del nonno e legato tuttora a Bollengo, ha proposto con successo l’iniziativa al sindaco, incontrando un politico dalla attenta sensibilità storica. Edoardo Ceresa ha contribuito economicamente alla realizzazione di un monumento che sarà inaugurato (alle 9,30) lungo la Via Francigena a Bollengo, all’ingresso del parco “Gabiele Rufino” in via Biella.

Il 10 giugno 1940 l’Italia di Benito Mussolini era scesa in guerra a fianco della Germania di Hitler contro Inghilterra e Francia. Il giorno dopo, in Gran Bretagna, Churchill ordinò di far arrestare e deportare tutti gli italiani senza distinzione, anche se residenti ormai da anni in Inghilterra, anche se avevano prestato servizio militare per l’Inghilterra. Furono considerati “nemici della patria” e le case e i loro beni confiscati. Come avveniva nell’Europa nazifascista. Dopo un rapido e improvviso rastrellamento, gli arrestati furono 4 mila 500, destinati ai campi di prigionia dell’isola di Man, Paignton, in Australia e in Canada. L’operazione fu portata a termine dalla polizia e dai militari, nel mezzo della notte o alle prime luci dell’alba.

Nel trasferimento in Canada furono 9 i bollenghini annegati nell’affondamento della ”Arandora Star”: Italo Avignone Rossa di 32 anni, Francesco Bravo di 48, Antonio Ceresa di 60, Edoardo Ceresa di 50 (catturato a Chorton Medlock), Stefano Ceresa di 40 anni, Giuseppe Tempia di 44 anni, Giacomo Stratta di 46 (catturato a Croydon), Luigi Tapparo di 42 anni (preso a Edinburgo) e Ferdinanado Rossetto di 52 anni. Tutti gli altri erano stati catturati a Londra.

Gli arrestati, per lo più maschi tra i 17 e 70 anni, erano del tutto ignari di cosa stesse loro capitando. Qualcuno aveva i figli che combattevano con gli inglesi contro l’Asse. Qualcuno era antifascista dichiarato. Ma già prima della guerra si respirava un clima di profondo odio razzista. Così scriveva il quotidiano The Daily Mirror il 27 aprile 1940: “Ci sono più di 20.000 italiani in Gran Bretagna. Londra da sola ne conta più di 11.000. L’italiano a Londra rappresenta una parte indigeribile della popolazione. In genere si stabilisce qui in forma precaria, giusto per il tempo di accumulare abbastanza denaro per comprarsi un piccolo appezzamento di terra in Calabria, in Campania o in Toscana. Quando anche potrebbe, spesso e volentieri evita di impiegare forza lavoro britannica e ricorre ad un paio di parenti dal suo paesello natale. E dunque le navi scaricano tutti i generi di Francesca e Maria dagli occhi marroni e di Gino, Tito e Mario dalle sopracciglia a mo’ di scarafaggi.

Ora, ogni colonia italiana in Gran Bretagna e in America rappresenta un calderone bollente che fomenta attività politica. Fascismo nero. Caldo come l’inferno. Anche il pacifico, quanto osservatore della legge, proprietario del caffè in fondo alla strada, ha un sussulto di frenesia patriottica al solo sentire pronunciare il nome di Mussolini”.

Tra i 446 italiani (registrati) periti nel naufragio vi erano anche canavesani, valdostani, biellesi e vercellesi. Solo per restare nel circondario: Fortunato Avondoglio di Chiaverano di 52 anni e il quarantenne Lorenzo Allera di Ivrea, arrestati a Londra, Ettore Zavattoni di 52 di Villate frazione di Mercenasco, Clement Daniele Bich di 53 anni di Valtournenche catturato a Thames Ditton, Giuseppe Jordaney di 52 anni e Marcello Puchoz di 54 anni entrambi Courmayeur catturati a Londra. Carlo Ravetto di 43 anni, Carlo Caldera di 44, Nicola Franciscono di 56, Reino Lepora di 43, tutti e quattro di Alice Castello, Vitale Rossi di 42 anni di Cavaglià, Giacinto Pozzo di 34 anni di Viverone, Vitale Efisio Azario di 55 anni di Mosso Santa Maria, Luigi Banino di Cerrione di 36 anni, Antonio Berigliano di 41 anni di Dorzano.

Il paradosso storico della tragedia è che ad affondare la nave da crociera – requisita nel 1940 dal governo londinese – da quasi 13.000 tonnellate di stazza lorda, lunga oltre 156 metri, varata nel 1929 a Birkenhead e di proprietà della Blue Star Line, stracarica di cittadini dell’Asse, fu proprio l’alleato tedesco. Un caso che potrebbe essere considerato di “fuoco amico”. Il 1º luglio 1940 la nave, sotto il comando di Edgar Wallace Moulton, salpò da Liverpool, dopo essere stata ridipinta di grigio, senza alcuna scorta, e fece rotta verso il Canada per trasportare in un campo di prigionia circa 1500 uomini. Il 2 luglio, al largo della costa nord-ovest dell’Irlanda, fu colpita da un siluro lanciato dall’U-47 comandato da Günther Prien, che dichiarò poi di essere stato tratto in inganno dalla livrea grigia che faceva sembrare la nave da crociera un mercantile provvisto di armamento in dotazione alla marina britannica.

La nave sarebbe affondata in mezz’ora, e con 14 lance di salvataggio sufficienti per 500 persone, la situazione apparve tragica. Lanciato il segnale di soccorso, un idrovolante “Sunderland” mise sul luogo del disastro l’incrociatore canadese “St. Laurent”, che riuscì a salvare 586 naufraghi. Il comandante Otto Burfeind della nave tedesca “Adolph Woermann”, che era tra i prigionieri di guerra, rimase a bordo della nave in agonia organizzandone l’evacuazione e risultò infine disperso. Il comandante britannico Edgar Wallace Moulton, il comandante canadese Harry DeWolf ed il comandante tedesco Otto Burfeind ottennero riconoscimenti per il loro eroismo. Agli internati superstiti non vennero riconosciuti i diritti civili, nonostante tutto, e molti di loro furono deportati nelle colonie britanniche dell’Oceania.

L’U-47 era un U-Boot di tipo VII B varato dagli stabilimenti Krupp di Kiel nel 1937. Divenne famoso in seguito alla sua seconda missione di guerra: il 14 ottobre 1939, sempre sotto il comando di Günther Prien, era penetrato nella base navale della Royal Navy di Scapa Flow riuscendo ad affondare la corazzata inglese HMS “Royal Oak”, facendo 883 morti.

Prien condusse altre otto missioni di guerra, rimanendo in mare per 238 giorni e affondando 30 navi mercantili (per un tonnellaggio complessivo di 193.808 tonnellate) e danneggiandone altre otto. Coperto di onorificenze, fu invitato a pranzo da Adolf Hitler. A 38 anni Günther Prien, decorato con le fronde di quercia della Croce di Cavaliere della Croce di Ferro, era tra i dieci migliori assi della Kriegsmarine impegnata nella guerra dell’Atlantico.

Partito per la decima missione di guerra con i nuovi galloni da capitano di corvetta il 20 febbraio 1941, scomparve senza lasciare alcuna traccia il 7 marzo nella zona del Rockall Bank, un’area in pieno oceano tra Irlanda e Islanda.

Una storia, quella della sorte dell’U-47 e dei suoi 45 uomini d’equipaggio, rimasta senza finale. Restano ad oggi solo le ipotesi sul suo affondamento: mine sottomarine, problemi meccanici… o, perché no, “fuoco amico”?

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