C’è qualcosa di tenero e insieme di potente nel modo in cui Gesù si presenta oggi: non come un re in trono, non come un giudice severo, ma come una porta e come un pastore.
Gesù è la porta. Non un cancello arrugginito che cigola, non una barriera che spaventa, ma un varco aperto verso la luce. Attraverso di Lui entriamo nell’abbraccio del Padre, troviamo riparo dalla stanchezza del vivere, dal peso dei peccati, da quella solitudine che a volte ci stringe il cuore come una morsa. Ma la porta si apre anche dall’altra parte: verso l’altro, verso il mondo, verso un amore più grande di noi.

E noi siamo davvero disposti ad attraversarla in entrambe le direzioni, o preferiamo restare sulla soglia, nel tiepido della nostra comodità?
Il pastore di questo Vangelo non spinge le pecore da dietro con un bastone. Cammina davanti. Fa la strada per primo, nella polvere, nel sole, nel rischio. Parla e le pecore riconoscono la sua voce, non perché siano costrette, ma perché lo hanno frequentato, perché quella voce è diventata familiare, amica, vera.

Nel nostro presente quanto tempo dedichiamo noi ad ascoltare questa voce, a starle vicini abbastanza da riconoscerla tra il rumore di tante altre voci che ogni giorno ci chiamano?

Il nostro tempo è affollato di pseudo-pastori: voci che promettono pascoli meravigliosi ma conducono al deserto, voci che sanno di paura e di manipolazione, che lusingano o minacciano. Il ladro viene per rubare, uccidere, distruggere, dice Gesù senza mezzi termini.
Chiediamoci se noi, gregge del Signore, sappiamo discernere, la voce autentica da quella ingannevole, o ci lasciamo trascinare senza chiederci dove siamo condotti.

Gesù è venuto perché abbiamo la vita, e la vita in abbondanza. Non una vita dimezzata, non una sopravvivenza timorosa. Un’esistenza piena, colma di senso, aperta alla gioia e al dono. Non siamo un numero nel gregge. Siamo amati uno per uno, conosciuti nel profondo. Il Signore cammina davanti a noi. Il passo è già segnato.
Che cosa ci trattiene ancora dal seguirlo con il cuore libero?

Gv 10,1-10

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».