di Fabrizio Casazza

Consulente ecclesiastico piemontese
dell’Unione Cattolica della Stampa Italiana

 

Quando sento parlare di ripartenza dopo le fasi più drammatiche della peraltro non ancora conclusa emergenza sanitaria mi chiedo: ripartire sì, ma verso dove? Verso la stessa situazione politica, sociale ed ecclesiale di cui tutti fino a due anni fa ci lamentavamo? È evidente che il ritorno alla normalità dopo la pandemia non potrà essere un ritorno alle prassi deteriori del recente passato.
Per progettare un nuovo inizio l’Unione Europea ha varato un ambizioso programma di investimenti. E la Chiesa? Il Santo Padre ha indetto un percorso sinodale, che culminerà nel 2023 con la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi e nel 2025 con il Giubileo. Il tema stesso, Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione, esprime il desiderio del Papa di una ripartenza ecclesiale, che veda come protagonisti tutti i componenti del popolo di Dio, guidato dai Pastori sotto ispirazione dello Spirito Santo.

Uno dei luoghi cruciali della ripartenza su tutti i fronti è la famiglia, l’habitat in cui ordinariamente si dispiega l’esistenza. Per questo l’Anno “Famiglia Amoris laetitia”, che per disposizione pontificia celebriamo fino al prossimo 26 giugno, può essere uno stimolo a far diventare le nostre case sia una scuola di amore e di umanità sia il tempio del sacerdozio battesimale, luogo privilegiato in cui con le parole e l’esempio si trasmettono alle nuove generazioni la fede e i valori.

Trasmettere e comunicare sono due verbi che caratterizzano sia l’annuncio cristiano sia la professione dei giornalisti, che il 24 gennaio festeggiano il loro patrono, il santo vescovo Francesco di Sales. In un denso e interessante discorso del 13 novembre scorso il Papa spiegò agli operatori dei media: «Al giornalismo si arriva non tanto scegliendo un mestiere, quanto lanciandosi in una missione, un po’ come il medico, che studia e lavora perché nel mondo il male sia curato. La vostra missione è di spiegare il mondo, di renderlo meno oscuro, di far sì che chi vi abita ne abbia meno paura e guardi gli altri con maggiore consapevolezza, e anche con più fiducia. È una missione non facile. È complicato pensare, meditare, approfondire, fermarsi per raccogliere le idee e per studiare i contesti e i precedenti di una notizia. Il rischio, lo sapete bene, è quello di lasciarsi schiacciare dalle notizie invece di riuscire a dare ad esse un senso». La strada per realizzare tutto ciò passa attraverso l’ascolto, fatto di presenza e incontri; l’approfondimento che non si accontenta della semplificazione che banalizza e contrappone; il racconto che si lascia provocare dalle storie che narra e condivide, accettando la complessità del reale.

Segnalo con piacere che presto, accanto alla figura del patrono, ci sarà un nuovo santo legato al mondo dell’informazione poiché il Sommo Pontefice ha recentemente autorizzato la Congregazione per le Cause dei Santi a promulgare i decreti riguardanti il miracolo attribuito all’intercessione del beato e martire Tito Brandsma, nato nel 1881 nei Paesi Bassi e ucciso con un’iniezione letale il 26 luglio 1942 nel campo di concentramento di Dachau in Germania.

Presbitero carmelitano, docente e rettore universitario, fu tesserato della Federazione internazionale dei giornalisti e assistente ecclesiastico della stampa cattolica. La sua testimonianza eroica di difesa della dignità della persona, di confidenza nel Signore, di opposizione alla dittatura, offerta attraverso la vita consacrata, le lezioni e gli articoli, è uno stimolo all’impegno e alla coerenza per gli operatori della comunicazione e per tutte le persone di buona volontà.

Non è più l’epoca di cattolici per hobby, con la fede ridotta a frammento irrilevante ed episodico: è tempo, al contrario, di una fede convinta e convincente, caratterizzata dalla partecipazione, dalla comunione e dalla missione. Percorrendo questo faticoso ma avvincente cammino i giornalisti possono offrire un contributo significativo alla ripartenza sociale ed ecclesiale.