Agnese disse a Renzo: “Andate a Lecco; cercate del dottor Azzeccagar-bugli, raccontategli… Quello è una cima d’uomo! Pigliate quei quattro capponi, poveretti! a cui dovevo tirare il collo, per il banchetto di domenica, e portateglieli; perché non bisogna mai andar con le mani vote da que’ signori. Raccontategli tutto l’accaduto; e vedrete che vi dirà, su due piedi, di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno…”. Agnese levò, a una a una, le povere bestie dalla stia, riunì le loro otto gambe, come se facesse un mazzetto di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago, e le consegnò in mano a Renzo… Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’ingiù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente… Quelle quattro teste spenzolate s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura… “Mi scusi, signor dottore. Vorrei sapere se, a minacciare un curato, perché non faccia un matrimonio, c’è penale” disse Renzo… “Ho capito”, disse tra sé il dottore, che in verità non aveva capito… “È un caso chiaro, contemplato in cento gride, e… appunto, in una dell’anno scorso, dell’attuale signor governatore. Ora vi fo vedere, e toccar con mano”… “Pare che abbian fatta la grida apposta per me” disse Renzo… ma quando intuì di essere stato scambiato per l’offensore: “Oh! signor dottore, come l’ha intesa? l’è proprio tutta al rovescio. Io non ho minacciato nessuno; io non fo di queste cose, io… La bricconeria l’hanno fatta a me”. “Diavolo! – esclamò il dottore, spalancando gli occhi -. Andate, andate; non sapete quel che vi dite”… Chiamò la serva, e le disse: “Restituite subito a quest’uomo quello che ha portato: io non voglio niente, non voglio niente”. Quella donna non aveva mai, in tutto il tempo ch’era stata in quella casa, eseguito un ordine simile… ma non esitò a ubbidire”.
Come la “notte degli imbrogli”: “Renzo il quale strepitava di notte in casa altrui… ha tutta l’apparenza d’un oppressore; eppure alla fine del fatto, egli era l’oppresso. Don Abbondio… parrebbe la vittima; eppure in realtà era egli che faceva torto. Così va sovente il mondo… voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo” (I promessi sposi, cap.3; cap.8).

Ho un ricordo che mi accompagna… Al termine della visita di un Superiore maggiore ad una comunità oratoriana, il visitatore ripeté più volte – ne aveva motivo, sinceramente – il “grazie” per il buon lavoro che aveva constatato e per il clima fraterno che si respirava nella comunità. Il Superiore locale, ringraziando per la gentilezza, osservò: “Ma è la nostra famiglia, Padre! Ci mancherebbe che non lo facessimo…”. Raccontai l’episodio all’incontro della Curia con il Vescovo per gli auguri di Natale 2016. Ho ringraziato tutti ricordando anche per Chi è che si lavora.

Leggo che l’emittante statunitense NBC ha stabilito che i suoi giornalisti e dipendenti dovranno attenersi a rigide norme nel rapporto tra colleghi: denunciare relazioni in ufficio, persino rivolgendosi ad apposita linea telefonica anti-molestie; mai condividere un taxi per tornare a casa; divieto di abbracci “con contatto corporeo”; se questi ci fossero per particolari occasioni – un compleanno… –, il gesto dovrà durare pochi secondi “con immediato rilascio” per non dar adito a fraintendimenti e illazioni.
Vabbé. Mi limito a chiedermi: quest’anno non è il 50° anniversario del Sessantotto?

Buon anno, amici!

 

† Edoardo, vescovo