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Non bastano più le dita di una mano –e nemmeno di tutte due – per contare gli atti e gli insulti razzisti perpetrati ogni dove, per le strade, negli uffici, nelle scuole, sui campi sportivi anche quelli del territorio come ci riferiscono le recenti cronache locali. E anche l’età ormai si abbassa, diffondendosi tra ragazzini che, solitamente, erano un esempio di amicizia, integrazione, accettazione e dello “starbene” insieme al di là di tutto.

Non dobbiamo generalizzare, ma è certo che si è data la stura a un linguaggio e ad atteggiamenti sempre più aggressivi, insultanti, razzisti e divisionisti, sostenuti e incoraggiati da un certo popolo becero del web che non si pone nessun limite all’indecenza e alla sragionevolezza.

Questi sono una vera spina nel fianco, come scriviamo nelle pagine interne del nostro giornale, ma anche noi che di questo tipo di linguaggio, di atteggiamenti e di razzismo non ne vogliamo sapere, siamo una spina nel fianco, ripetendo ostinatamente che è necessario fermarsi, moderare i toni, ritrovare uno spirito di saggezza perché, valicato un certo confine – dal quale non mi sembra siamo così lontani – sarà molto complicato far marcia indietro. La debbono fare per primi coloro che stanno “in alto”, che bucano lo schermo ogni giorno, che sono garanti della pace sociale da nord a sud del nostro Paese, pensando però anche da nord a sud del mondo, perché è in questa dimensione che ormai siamo proiettati, che piaccia o no.

Perché piace quando gioca a favore, piace meno o niente affatto quanto tocca – o anche solo sembra toccare – i nostri interessi. Ma quali interessi? Per star bene noi, devono star bene tutti. Utopia? Nella società sempre più globalizzata – comoda o scomoda a seconda dei dettagli che ci appassionano in quel momento – questa domanda diventerà sempre più imperante perché la globalizzazione è coinvolgente; ma se vuoi, puoi cercare di restarne fuori, forse a tue spese. Un piede dentro e uno fuori non sarebbe onesto.

Si diventa inesorabilmente cittadini del mondo, legati a doppio filo con altre realtà che fino a poco prima sembravano così lontane e inarrivabili. Non è facile, e non tutto è limpido, ma quella è la direzione. I confini hanno ceduto al commercio, al turismo, agli investimenti, al fare affari a destra e a manca, allo studio, al lavoro, persino alla pensione di chi va a godersela altrove… e se ci piace andare in casa d’altri, investire dove conviene, esportare ed invadere mercati non ancora saturi, emigrare per necessità o piacere, deve piacerci che altri lo facciano in senso inverso; uomini e imprese col loro carico di valori e di contraddizioni. Esattamente come noi.

Insomma, il mondo non finisce più al semaforo della tangenziale.

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