Il Canavese “dantesco” di Guido Gozzano

(Michele Curnis)

Guido Gozzano ebbe sicuramente una predilezione per il Canavese. Se non il rifugio “ideale”, questa terra, con la casa di famiglia ad Agliè (Villa “Il meleto”), costituì nella breve esistenza del poeta almeno una tappa, una via attraverso cui approdare al rifugio che cercava (come addirittura il titolo della sua prima raccolta lascia comprendere: La via del rifugio, Torino 1907).

Uno dei suoi più celebri pometti, La Signorina Felicita ovvero la felicità, pubblicato per la prima volta nella rivista Nuova Antologia il 16 Marzo 1909, poi inclusa nella seconda silloge, I colloqui (Milano 1911), è permeato di riferimenti paesaggistici e affettivi al Canavese, a loro volta rivestiti di un codice letterario, che deriva direttamente da Dante.

Gozzano, effettivamente, è l’unico poeta capace di parlare del Canavese attraverso la lingua originale della Commedia e i suoi stilemi. L’attacco della Signorina Felicita risuona tutto eporediese, giocato com’è sull’alternanza di un riferimento geografico completo (con ammiccamento al Carducci dell’ode Piemonte) e di uno occulto: «Signorina Felicita, a quest’ora | scende la sera nel giardino antico | della tua casa. Nel mio cuore amico | scende il ricordo. E ti rivedo ancora, | e Ivrea rivedo e la cerulea Dora | e quel dolce paese che non dico». Al capoluogo della vita civile e conosciuto si oppone un piccolo centro rurale, affettuosamente protetto dall’anonimato, come i sentimenti più cari, che si provano ma non si nominano. Nel frattempo, anche Dante ha già fatto il suo ingresso, giacché la strofe scelta da Gozzano – una sestina di endecasillabi – non è altro che una gemmazione della terzina dantesca, in cui la distribuzione delle rime fa sì che in ogni gruppo di tre versi ne compaia una (proprio come nella Commedia, anche se con una differente concatenazione: ABB AAB). Quando, con la III sezione, il personaggio di Felicita e le sue attitudini diventano il centro della poesia, anche il codice linguistico e rimico attingono al modello dantesco, che si impone come risorsa ineludibile.

Il cuore della Signorina Felicita è una scena di impagabile ingenuità e, al tempo stesso, amarezza metaletteraria. Il narratore, studente di giurisprudenza che non si decide a laurearsi, affascinato e disingannato dalla letteratura, bisognoso di amore autentico (e non “rifatto sui romanzi”), frequenta la giovane Felicita, ragazza priva di lusinghe e incolta, ma appunto per questo genuina alternativa all’artificiosità della letteratura.

I due sono intenti a rovistare tra il “ciarpame reietto” nella soffitta di Villa Amarena, antica dimora signorile dove Felicita abita con suo padre, un ignorante parvenu, allorché la fanciulla commette una clamorosa gaffe: chiede all’amico letterato perché i personaggi di un’antica stampa che raffigura “Torquato nei giardini d’Este” abbiano in testa un ramo di ciliegie, confondendo con questo frutto le bacche dell’alloro, simbolo del riconoscimento poetico del Tasso. Il narratore ride di gran gusto, per poi riflettere sull’ingenuità (la sua) di chi ancora crede nella gloria poetica e nell’importanza della poesia. A questo punto, insieme a Felicita, torna ad affacciarsi sul mondo reale, contemplando dai vetri di un abbaino il paesaggio canavesano.

Due strofe, la settima e l’ottava della IV sezione, sono occupate dalla descrizione: prima il poeta risponde al richiamo di quel luogo, che sale dal profondo dell’anima; poi regala un’autentica pittura del Canavese. «Allora, quasi a voce che richiama, | esplorai la pianura autunnale | dall’abbaino secentista, ovale, | a telaietti fitti, ove la trama | del vetro deformava il panorama | come un antico smalto innaturale. || Non vero (e bello) come in uno smalto | a zone quadre, apparve il Canavese: | Ivrea turrita, i colli di Montalto, | la Serra dritta, gli alberi, le chiese; | e il mio sogno di pace si protese | da quel rifugio luminoso ed alto».

Come sempre gli accade quando deve rivelare i propri sentimenti, anche parlando del Canavese, Guido si fa tutto espressione letteraria: non solo l’osservazione di un paesaggio o l’insistenza sullo smalto sono di origine dantesca, perché anche il sistema delle occorrenze rimiche e tutta la trama sonora della raffigurazione canavesana hanno un possibile, e duplice, modello nella Commedia. In particolare nella seconda strofe, la rima “smalto … Montalto … alto” è una rivisitazione della rima “alto … smalto … m’essalto” di un celebre luogo infernale o, ancora, di quella “assalto … alto … smalto” di un altrettanto celebre passo purgatoriale.

Visitando il limbo insieme a Virgilio, infatti, Dante aveva scritto: «Traemmoci così da l’un de’ canti, | in loco aperto, luminoso e alto, | sì che veder si potien tutti quanti. | Colà diritto, sovra ’l verde smalto, | mi fuor mostrati li spiriti magni, | che del vedere in me stesso m’essalto» (Inf. IV 115-120). Ma l’immagine, di alto richiamo iconico, dello smalto come simbolo, è anche altrove: «Se la lucerna che ti mena in alto | truovi nel tuo arbitrio tanta cera | quant’ è mestiere infino al sommo smalto» (Purg. VIII 112-114).

Non è escluso che la memoria del canto VIII del Purgatorio, quello in cui si descrive il lussureggiante paesaggio naturale della valletta dei principi negligenti, sia concatenata al canto precedente, che si chiude appunto con il pianto del Canavese (luogo ormai celebre e famigerato, soprattutto per i lettori del Risveglio Popolare). La vista della pianura e della Serra canavesane dall’alto dell’abbaino, inoltre, è come la vista della valletta purgatoriale, variopinta di fiori e di colori smaglianti: un angolo di paradiso irreale per lo spirito affaticato di Guido, tanto bisognoso di un “sogno di pace”. All’interno dei Colloqui, comunque, abbondano soprattutto le riprese rimiche, la fraseologia e il lessico infernali, più che quelli del Purgatorio.

Un primo indizio, a questo proposito, è dato dal seguito del poemetto, nella strofe successiva alla connotazione paesaggistica del Canavese visto da Agliè: «Ecco – pensavo – questa è l’Amarena, | ma laggiù, oltre i colli dilettosi, | c’è il Mondo: quella cosa tutta piena | di lotte e di commerci turbinosi, | la cosa tutta piena di quei “cosi | con due gambe” che fanno tanta pena…». Se i “colli dilettosi” sono inevitabilmente quelli del Canavese, che verso mezzogiorno impediscono la vista di Torino, la città amata e al tempo stesso simbolo della desolazione spirituale del poeta, l’attributo dilettoso non può non rimandare all’accorata domanda di Virgilio, che all’inizio del poema chiede a Dante smarrito nella selva oscura: «perché non sali il dilettoso monte | ch’è principio e cagion di tutta gioia?» (Inf. I 77-78).

Ovviamente, l’accezione dello “smalto” gozzaniano è ben diversa da quella di Dante: se nell’Inferno è il prato verdeggiante intorno al nobile castello degli spiriti magni, mentre nel Purgatorio è allusione alla selva dell’Eden, ossia al verde del paradiso terrestre, nella Signorina Felicita è semplicemente l’apparenza del panorama attraverso gli spessi vetri di un abbaino dalla fitta intelaiatura a piombo. Sebbene si tratti soltanto di un’apparenza, però, nella memoria poetica di Guido l’immagine si sovrappone all’oasi di pace (apparente) del limbo, ora applicata alla vita canavesana. Il «loco aperto, luminoso e alto» di Dante rivive nel «rifugio luminoso ed alto» di Gozzano, escludendo ogni casualità.

Giunge il tramonto, il momento in cui la dolcezza trascolora in malinconia, quando si cerca di fissare la fugacità delle cose con vane promesse di eternità: l’Avvo-cato ne parla alla Signorina, esprimendo sinceramente quello che sa essere impossibile: «“Sarebbe dolce restar qui, con Lei!…” | “Qui, nel solaio?…” – “Per l’eternità!” | “Per sempre? accetterebbe?…” – “Accetterei!”».

Ancora una volta Gozzano adatta alla narrazione autobiografica uno stilema dantesco: è l’ora del vespro, si ode di lontano una campana, che ammonisce e riporta alla realtà e ai doveri, oltre ad annunciare la notte, secondo l’incipit memorando dell’VIII del Purgatorio (lo stesso canto del “sommo smalto”): «Era già l’ora che volge il disio | ai navicanti e ’ntenerisce il core | lo dì c’han detto ai dolci amici addio; | e che lo novo peregrin d’amore | punge, se ode squilla di lontano | che paia il giorno pianger che si more» (1-6).

L’oscurità, la campana vespertina, la lontananza da casa, l’imminenza di un altro viaggio: in Gozzano ci sono tutti gli elementi della narrazione dantesca, più uno: il paesaggio canavesano, che per l’ultima volta fa capolino nella Signorina Felicita, occupando la penultima strofe di questa IV sezione. «Le fronti al vetro, chini sulla piana, | seguimmo i neri pipistrelli, a frotte; | giunse col vento un ritmo di campana, | disparve il sole fra le nubi rotte; | a poco a poco s’annunciò la notte | sulla serenità canavesana…».

Per mezzo della rima “rotte … notte” forse si profila un postremo richiamo dantesco, alle parole inquisitorie di Catone nel I canto del Purgatorio (44-46), ma non è questo che davvero importa. La spaventosa chiaroveggenza del poeta ha ormai compreso che la felicità è irraggiungibile; lo spazio in cui si realizza quel sentimento, invece, è marcato almeno dalla serenità: quella del Canavese.

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