Tra le novità emerse negli ultimi giorni nella dialettica tra le forze politiche la prima riguarda la “svolta” di Azione, la componente centrista guidata da Calenda: ha lasciato definitivamente il “campo largo” e si è avvicinata a Forza Italia, pur mantenendo una sua autonomia. Al convegno di Milano sul referendum, con Tajani e l’ex sindaca Letizia Moratti, Calenda è stato durissimo con Salvini, per la posizione filo-russa della Lega e per il recentissimo incontro, al Ministero, con il leader dell’estrema destra inglese, Robinson.

Le sue parole sono state riprese da Tajani che non perde occasione per contestare il continuo spostamento a destra del leader del Carroccio. Il ministro degli Esteri, anche per rispondere alle critiche interne della Famiglia Berlusconi, intende rafforzare con Calenda il polo “liberale”, non escludendo intese con l’ala moderata del Carroccio guidata dall’ex Governatore del Veneto Zaia, mettendo anche in conto un ulteriore indebolimento di Salvini con la annunciata uscita dal Carroccio del generale Vannacci, sostenitore di Putin e malcelato nostalgico di Mussolini.

Sulle due linee contrapposte di Tajani e Salvini, la Meloni continua a tacere, “tramortita” dal ciclone Trump che sta rendendo impossibile la mediazione tra USA ed Europa. La Premier sta ballando sull’altalena della geopolitica: ha difeso Trump sul Venezuela e sull’Ucraina, lo ha criticato sulla Groenlandia e sull’Iraq, si è pronunciata a favore della concessione a Trump del Nobel per la pace, venendo subito smentita dalle tragiche vicende del Minnesota, con le uccisioni perpetrate dall’ICE, una polizia speciale al servizio della Casa Bianca.

Per Palazzo Chigi l’amicizia politica con Trump rischia di tramutarsi da punto di forza a preoccupante tallone d’Achille. Questa incertezza spinge sempre più i due vice-premier a collocarsi su spazi autonomi e contrapposti, con crescenti litigi nel Governo, non solo sulla politica estera ma anche sui temi specifici, dalle nomine negli Enti Pubblici alla ratifica degli accorti internazionali come il Mercosur: su quest’ultimo Forza Italia (con gli industriali) è per il sì, la Lega (con gli agricoltori) per il “no”.

Nel “campo largo” gli appelli degli intellettuali “progressisti” all’unità del vertice (Schlein-Conte) sono per ora inascoltati; il PD insiste per la candidatura a Palazzo Chigi del partito più votato, Conte punta a primarie di coalizione ed è in aperta campagna elettorale: di recente, unico tra i leader, ha partecipato all’Assemblea dei Repubblicani, con Giorgio La Malfa, e al convegno dei Socialisti.

Nel PD si è poi riaperto il dissidio tra la Segreteria e la minoranza riformista; casus-belli un disegno di legge sull’antisemitismo presentato dal senatore Graziano Delrio (capo dell’area catto-dem), cui la maggioranza ha risposto con un diverso ddl del senatore Giorgis. Ma altre questioni sono sul terreno: i rapporti con il M5S, soprattutto per il suo sostegno alla linea Putin-Trump sull’Ucraina e per l’opposizione al governo di Bruxelles, il legame preferenziale con la Cgil di Landini e l’abbandono della Cisl, e i temi etici. Dopo il referendum maggioranza Pd e riformisti dovranno scegliere: nuova alleanza e nuovo programma o nascita di una formazione di centro-sinistra come fu con la Margherita.

Tutte le forze politiche saranno poi chiamate ad una revisione dell’attuale legge elettorale, bipolare, figlia della rivoluzione di “mani pulite” e della scelta “americana” del padre dei referendum, l’onorevole Mariotto Segni. Dopo la crisi del sistema USA, sotto i colpi del nazionalismo trumpiano, il modello “destra-sinistra” è ancora all’altezza delle esigenze della società democratica?
Il panorama economico, sociale, culturale appare più complesso e articolato, come dimostra anche la sfida crescente dell’astensionismo. L’uomo (o donna) solo al comando preoccupa, il pluralismo delle istituzioni è una garanzia per tutti.