Il Covid ha ridotto al silenzio tanti giovani, anche spegnendo in loro gli “occhi del bambino”

(Susanna Porrino)

“Jojo Rabbit” è uno degli ultimi film realizzati sul tema delle ideologie razziste e totalitariste che hanno segnato l’Europa nel secolo scorso: prodotto nel 2019, il film racconta il mito dell’esaltazione della razza ariana attraverso gli occhi di un bambino (Jojo, per l’appunto) cresciuto nella Germania nazista e innamorato dalla figura di Hitler al punto da renderlo il volto e la voce del proprio amico immaginario.

Esplorando con alcuni tratti di una satira non troppo pungente la propaganda e l’assurdità della discriminazione messa in atto nei confronti della popolazione ebraica, la narrazione segue l’evoluzione del pensiero di Jojo in seguito all’incontro con una ragazza ebrea. Il suo sguardo infantile permette al regista di presentare senza filtri una realtà la cui principale caratteristica è stata proprio la discriminazione con cui anche i bambini guardano al mondo.

Non è un caso il fatto che questo non sia l’unico caso nelle narrazioni sull’argomento; gli esempi nella letteratura sulle grandi guerre del Novecento si sprecano, e anche limitandoci al panorama artistico italiano lo scontro con opere come il romanzo “Il sentiero dei nidi di Ragno” di Calvino o il film “La vita è bella” di Benigni è quasi inevitabile.

Gli effetti della storia sui bambini, o, più in generale, su quelle fasce di popolazione considerate ancora non completamente coinvolte nella percezione e nelle occupazioni del mondo adulto, sono una componente particolarmente interessante nell’analisi delle vicende. In gran parte estranee, perché non direttamente colpite, dagli interessi e dai risvolti collettivi e sociali degli eventi, queste categorie della popolazione riflettono la dimensione più pura e spontanea del modo in cui la natura umana reagisce ai fenomeni esterni.

Se guardiamo al momento presente, accanto al caotico trambusto che sta attraversando un mondo adulto sempre più segnato da ferite politiche ed economiche irreversibili, la pandemia ha causato nelle più giovani generazioni un graduale rifugio nel silenzio. Le ore passate dietro gli schermi hanno stimolato poco quegli studenti che in classe erano attenti, e ancora meno coloro che anche in situazioni normali vedevano nella scuola una perdita di tempo: l’abbandono, dichiarato o di fatto, del percorso di studi sta gradualmente riportando molti ragazzi ad uno stato di non istruzione effettiva, lasciandoli così privi di uno dei più potenti strumenti non solo per esprimere se stessi in maniera efficace e ragionevole, ma anche per costruirsi una visione della realtà sempre più completa e flessibile.

Il silenzio che è stato imposto in questo anno alla maggior parte delle naturali esigenze umane di libertà e relazioni, per certi versi ancora più restrittivo che per gli adulti, è stato lo stesso che sono stati spesso costretti a mantenere anche in quelle numerose situazioni in cui la convivenza forzata ha fatto emergere prepotentemente problemi e criticità all’interno dei vari nuclei famigliari.

L’attenzione per il Covid ha distolto dall’interesse che si stava cominciando a nutrire nei confronti di fenomeni, come il cambiamento climatico, nei confronti dei quali i giovani cominciavano a crearsi un proprio spazio di espressione; e nello stesso senso ha agito anche l’assenza di ricorrenze prima tradizionalmente celebrate, come il carnevale che avremmo dovuto festeggiare in questi giorni e che, prima ancora che un momento di divertimento, rappresentava l’esaltazione di un’epoca in cui la lotta al tiranno è un gioco e non una triste realtà.

Il silenzio in cui i ragazzi si stanno richiudendo, insieme all’impreparazione che una didattica cosi discontinua (nonostante gli sforzi degli insegnanti) sta inevitabilmente causando, sarà uno dei problemi maggiori con cui dovremo interfacciarci nel futuro. Sarà necessario che essi stessi trovino da sé nuovi linguaggi e nuovi modi per esprimere se stessi, ma sarà altrettanto importante che gli adulti, in un momento così delicato, trasmettano loro l’importanza di non abbandonare la cultura e l’istruzione, per evitare di creare un solco incolmabile a cui non sarà possibile supplire nei prossimi anni.

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