Il crudele omicidio di un sacerdote calusiese ricordato con un Vermouth di Torino Superiore

(Fabrizio Dassano)

La mattina del 14 marzo 1918 la parte inferiore di una gamba sinistra umana venne ripescata nel Po nei pressi del ponte che unisce piazza Vittorio alla Gran Madre di Dio. Apparteneva a Don Guglielmo Gnavi di Caluso. Coadiutore del pievano di Vische, era da poco subentrato come contabile alla morte dello zio Don Gnavi, il fondatore della Cassa rurale di Caluso, nel medesimo istituto e non disdegnava il commercio personale. Le casse erano nate un po’ ovunque alla fine dell’800 per tentare di arginare l’usura, concedere con più facilità crediti ai contadini in uno spirito di mutuo soccorso e rappresentare un valido interlocutore per gli emigrati. Moltissime furono le Casse fondate direttamente dai parroci di campagna. Quella di Caluso sarebbe sopravvissuta fino al gennaio del 1991 per poi essere acquisita dalla Banca Sella.

Mercoledì 13 marzo 1918 don Gnavi era giunto a Torino in treno in compagnia della madre. Si erano separati a Porta Susa, ognuno indirizzato per i propri affari in città, dandosi appuntamento alla medesima stazione per tornare in treno a Caluso. Ma su quel treno, con tutta la preoccupazione della madre, don Gnavi non salì mai.

La polizia avrebbe poi appurato che un suo socio d’affari era un tale ragionier Anselmini e insieme a don Gnavi voleva commerciare olio e legname. Ma il sedicente Anselmini aveva il proposito di sopprimere don Gnavi per rubare le sue ricchezze e non restituirgli un grosso debito. I due si frequentavano da qualche tempo e la presenza dell’Anselmini a Caluso era emersa agli inquirenti e ai calusiesi. Quest’ultimo tutto aveva organizzato e sapeva con certezza che don Gnavi avrebbe portato una grossa somma a Torino, ed eseguì il triste disegno di attirarlo in trappola facendogli balenare un grosso imminente affare per l’acquisto di olio, per cui avrebbe dovuto portare più soldi del solito, oltre al consueto versamento di 10.000 lire al Banco di Napoli per conto della Cassa rurale di Caluso.

Il versamento lo effettuò quella mattina del 13 marzo prima di incontrarsi con l’Anselmini. Inoltre, don Gnavi era di corporatura gracile, già riformato alla visita di leva, e viveva con la madre e i fratelli in una casa in Via Cesare Battisti. Poco ore prima di venir ucciso a Torino, era stato visto casualmente da un suo compaesano e amico, l’ingegner Prandi, presidente della Cooperativa di Consumo di Caluso, in via Maria Vittoria mentre andava da solo al fatale appuntamento al numero civico 19. Prandi sapeva della somma di danaro perché aveva viaggiato anche lui in treno da Caluso in compagnia di don Gnavi e della madre.

L’indomani in quella via si era rinvenuta una talare sporca di sangue. Il bottino destinato al “socio” era composto da 300 mila lire di Cartelle del prestito, ma don Gnavi ebbe l’accortezza di depositarle da un amico fidato a Torino, il quale, appreso dell’assassinio, il venerdì, si precipitò in Questura. Don Gnavi aveva comunque in tasca una somma stimata di 30.000 lire in contanti e dei buoni del Tesoro. Il lussuoso appartamento, affittato dall’Anselmini per conto di un sedicente colonnello Filipponi di Genova, era però sorvegliato dall’attenta portinaia dello stabile che lo aveva notato più volte, essendo arrivato lì soltanto il mese di novembre precedente.

Alla portinaia, Giuseppina Oria Bric, quell’uomo non era mai piaciuto, non gradiva l’andirivieni nell’alloggio. Ma quel pomeriggio del 13 marzo si verificò un fatto inquietante. Lo vide salire con un prete, che poi parve scomparire nel nulla. Giuseppina era certa di non averlo visto passare di fronte alla sua guardiola per uscire dal palazzo. Convinta che nell’alloggio succedesse qualcosa di strano si recò dalla proprietaria, che risiedeva nello stesso edificio, e la convinse a presentarsi all’inquilino con un pretesto. La contessa-proprietaria dell’alloggio accettò, e insieme alla portinaia andò a bussare alla porta dell’Anselmini.

All’interno, le due donne notarono nella vasca da bagno un tappeto inzuppato di liquido rosso, molto somigliante a sangue. Per tranquillizzarle l’Anselmini affermò che si trattava di vino rovesciato ma poi, visto che le due donne erano molto perplesse, all’improvviso uscì dall’alloggio facendo perdere le sue tracce. La contessa e la portinaia chiamarono subito la polizia.

Il 18 marzo 1918 la Questura diffondeva la foto dell’assassino e il nome vero: Pietro Balocco, di 35 anni, nato a Saluzzo, Capostazione a Settimo Torinese e all’epoca dei fatti residente ad Alessandria, sposato e con un figlio piccolo. Per la sua ossessione della “bella vita” ebbe la passione per il commercio di olio e legname e per questo era entrato in contatto con don Gnavi.

Quando la polizia entrò in un secondo appartamento sempre preso in affitto dal sedicente Anselmetti in via Donizetti, vi trovò in un armadio un breviario, una busta contenente 32.000 lire di titoli al portatore, una voluminosa valigia e un appunto in cui l’assassino, il Balocco appunto, doveva 30.000 lire a don Gnavi. Quando i funzionari di polizia aprirono la valigia ci fu l’orrore: vi era il corpo del poveretto senza testa e senza gambe. Ma dell’assassino nessuna traccia.

Almeno fino al colpo di scena estivo: i giornali del 7 luglio 1918 titolarono così il ritrovamento di un cadavere “L’uccisore di don Gnavi si è suicidato presso Napoli”. Mentre tutti si domandavano dove fosse finito il feroce assassino, secondo tutte le possibilità del caso, un telegramma delle autorità del 2 luglio indirizzato agli inquirenti di Torino comunicava che a Massalubrense, comune del circondario di Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, si era suicidato con un colpo di rivoltella alla tempia un individuo noto come Antonio Rizzetti (in realtà era un sarto di Genova, Virginio Isnardi).

Nelle sue tasche erano state trovate lettere in cui asseriva di aver assassinato lui don Gnavi e scagionava Pietro Balocco. La vaga rassomiglianza tra i due aveva convinto Balocco a diventare amico con quell’individuo, promettendogli la bella vita per poi ucciderlo simulando un suicidio. Un piano ben più tremendo di quello de “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello.

Terzo colpo di scena: siamo a novembre di quell’anno, tutta l’attenzione è rivolta alla fine del tragico Primo conflitto mondiale. A Torino un giovane commerciante, Emilio Torello è in compagnia di un amico sulla piattaforma del tram che sta percorrendo corso Vittorio Emanuele; sono le 15,30 del 23 novembre 1918 quando riconosce Pietro Balocco tra la gente a piedi. Stava camminando vestito da soldato in compagnia di un borghese, con i baffi più corti del suo solito. A

nche l’amico di Torello lo riconobbe, e riconobbe anche il borghese che aveva a fianco: era il fratello e li conosceva perché erano stati compagni di scuola. Torello lasciò all’amico la cura di pedinarli e lui si precipitò alla più vicina stazione dei carabinieri. La cattura era imminente. Nel frattempo, il Balocco era seduto su una panchina leggendo il giornale.

Visto il Torello che si avvicinava, per non farsi riconoscere alzò il giornale per coprirsi la faccia. Torello lo indicò all’appuntato che gli chiese la carta d’identità. Il Balocco impallidì, e porse un biglietto di convalescenza del soldato Giovanni Barberis del 90° reggimento di fanteria. Ma l’atteggiamento strano e la mancanza di altri documenti, convinse l’appuntato ad accompagnare il sospetto in caserma. Qui fu interrogato dal maggiore dei Carabinieri, tale Colombino, e l’assassino crollò: ammise la sua vera identità ma negò l’assassinio di don Gnavi.

Il processo in Corte d’assise fu celebrato nel 1921 e la sentenza fu di ergastolo con 11 anni di segregazione cellulare. Pena scontata fino alla fine, con due istanze di grazia respinte, malgrado fosse stato sempre un detenuto modello. Non confessò mai il duplice omicidio e morì in seguito ad un infarto all’Ospedale di Saluzzo assistito dalla sorella il 24 gennaio 1956 a 74 anni.

Quarto colpo di scena: centouno anni dopo la morte violenta di don Gnavi, i discendenti, conosciuti produttori di vino a Caluso, hanno dedicato a quel triste episodio una nuova produzione di “Vermouth di Torino Superiore”, bianco a base di Erbaluce di Caluso DOCG che si chiama “1918 Don Guglielmo” e nella nuova etichetta di quest’anno vi è un teschio del Carnevale del Dia De Los Muertos che indossa un cappello da prete.

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