La notte degli Oscar ha premiato il film “Hamnet”, della regista Chloé Zhao, che tratta il tema del lutto per la morte di un figlio. Dalla pellicola alla vita reale: che cosa accade ad un genitore che sperimenta la perdita di un figlio?

Vivere un lutto è un’esperienza che richiede un profondo cambiamento interno, spesso influenzato da fattori sociali, dalla cultura di appartenenza, ma anche da come la persona e la comunità si modificano adattandosi intorno alla concretezza di una perdita.

Quando si perde un figlio non si perde solo un affetto, ma il pensiero di futuro e di speranza nell’avvenire generatisi con la nascita di un figlio. La vita si spezza in un prima e un dopo: nel “prima” c’era un progetto, il “dopo” appare buio e senza significato. I genitori che perdono un figlio sono consapevoli che il loro dolore non potrà mai essere pienamente compreso da chi non ha vissuto la stessa esperienza, piegati dal senso di innaturalità per essere sopravvissuti a chi, invece, avrebbe dovuto portare avanti la vita.

Il processo del lutto è sempre complesso e se ne riconoscono delle fasi che non necessariamente procedono secondo una linearità o tempi scanditi e definiti. Si passa da un senso di torpore e irrealtà, che si accompagna con profonda angoscia e rabbia, per poi sperimentare un sentimento di profonda ingiustizia e di impotenza per l’ineluttabilità dell’evento. Segue uno stato depressivo che quieta le reazioni di disperazione più drammatiche e permette di essere più consapevoli sia di quanto accaduto sia di quello che si delinea nel futuro per poi cominciare, nella fase finale di elaborazione del lutto, a riorganizzare sé stessi.

Il ruolo delle persone vicine a chi vive un lutto, e di tutta la comunità in generale, è essenziale nel percorso di elaborazione della perdita. La possibilità di accedere a gruppi di persone che hanno avuto la stessa esperienza permette di uscire da quel senso di isolamento e di incomprensione; la possibilità di avere qualcuno con cui parlare e che sia davvero capace (senza interrompere, banalizzare o imporre il proprio pensiero sulla necessità di una risoluzione rapida) di un ascolto profondo e prolungato di un’esperienza tanto dolorosa permette di dare voce a quei pensieri e quelle emozioni che se soffocati possono aggravare lo stato della persona.

Chi è vicino ad una persona che esperisce un dolore così importante deve tener conto che il lutto coinvolge tutti, anche chi sembra soffrirne meno o sopportare meglio quel vuoto, e che esiste una profonda paura nel cuore di ogni genitore: che il figlio morto potrebbe essere dimenticato se si riprende una vita “normale”. Aiutare a indirizzare pensieri ed energie per creare, costruire, generare qualcosa che rimanga “nel nome del figlio” sarà il dono più importante che si potrà porgere all’altro.