Foto: La confluenza della Dora Baltea (destra) nel fiume Po (sinistra), fonte: www.parcomonviso.eu.

C’è un momento preciso in cui la geografia cessa di essere pura descrizione fisica per farsi racconto, spazio mentale, persino teologia. Nella sensibilità degli antichi Greci, l’Occidente europeo era una terra avvolta da nebbie perenni, un altrove misterioso dove i confini idrografici si confondevano con le rotte dell’ambra e i sentieri dell’oltretomba. Al centro di questo orizzonte fluttuante dominava un fiume immenso e quasi semidivino: l’Eridano. Prima che la rigorosa cartografia imperiale ne sancisse l’assoluta identità con il fiume Po, questo corso d’acqua ha incarnato per secoli un enigma geometrico e mitologico, in cui le sorgenti alpine e i principali affluenti – come la Dora Baltea – venivano scambiati, sovrapposti o fusi in un’unica, gigantesca arteria fluviale.

Per comprendere la nebbia intellettuale che ha avvolto la pianura padana fino all’età augustea, occorre risalire alle origini del tempo mitico, quando il cielo e la terra rischiarono di fondersi in un unico incendio. Il mito, tramandato da generazioni di poeti prima di trovare la sua forma definitiva nelle Metamorfosi di Ovidio, narra la sconsiderata impresa di Fetonte, giovane figlio di Climene e del dio Sole. Desideroso di dimostrare ai compagni la propria stirpe divina, il ragazzo ottenne dal padre il permesso di guidare per un giorno il fulgido carro solare.

Tuttavia, le mani inesperte del giovane non seppero domare i focosi destrieri divini. Il carro scartò paurosamente dalla rotta stabilita: dapprima salì troppo in alto, bruciando una porzione di cielo e originando la Via Lattea; poi precipitò verso il basso, sfiorando le vette montuose e le pianure, prosciugando fiumi, incendiando foreste e mutando in deserti intere regioni africane. La terra, morente e screpolata dal calore, levò un grido d’aiuto verso l’Olimpo. Zeus, per evitare l’apocalisse cosmica, fu costretto a intervenire e scagliò un fulmine devastante contro il giovane auriga.

Fetonte, con i capelli in fiamme, precipitò come una stella cadente nel profondo delle acque del fiume Eridano. Sulle sponde del fiume, le sue sorelle disperate, le Eliadi, piansero la sua morte senza sosta fino a quando gli dèi, impietositi, non le trasformarono in pioppi. Le loro lacrime, continuando a sgorgare dal legno, si indurirono al contatto con la fredda corrente idrica, tramutandosi in gocce d’ambra, la preziosa resina fossile che dall’estremo Nord europeo giungeva nel Mediterraneo. Mentre il compagno Cicno veniva mutato in cigno dal dolore, l’Eridano si consacrava nella letteratura classica come il fiume della caduta e del mistero, una via d’acqua sacra situata al limite settentrionale del mondo conosciuto.

Se per i poeti l’Eridano era uno spazio spirituale legato alla morte e alla metamorfosi, per i primi storici e geografi greci rappresentava un autentico rompicapo. Fin dall’epoca di Esiodo e di Erodoto, la conoscenza della geografia dell’Italia settentrionale era a dir poco lacunosa. I coloni greci frequentavano le coste dell’Adriatico e le foci del delta padano (dove sorgevano empori come Spina e Adria) e il Mediterraneo, nell’attuale Marsiglia, ma l’entroterra continentale rimaneva una terra incognita, dominata dalle bellicose tribù dei Liguri e dei Celti.
Questa scarsa familiarità diede vita a una duratura confusione idrografica. Per secoli, gli autori classici non riuscirono a distinguere chiaramente l’asse principale del Po (che i nativi liguri chiamavano Bodincus, ovvero “il profondo“) dai suoi possenti affluenti settentrionali. In particolare, la via fluviale costituita dalla Dora Baltea e dall’alto corso del Po venne percepito a lungo come un unico, indistinto sistema orografico.

La Dora Baltea, alimentata dai ghiacciai perenni del massiccio del Monte Bianco e del Gran Paradiso, si presentava nella tarda primavera e in estate con una portata d’acqua e una forza d’urto persino superiori a quelle del Po subalpino. Per i viaggiatori e i mercanti che valicavano i passi alpini occidentali, l’impetuoso torrente che scendeva dalla Valle d’Aosta appariva come la vera, colossale sorgente d’acqua che tagliava in due la pianura settentrionale. Uno scrittore come Eschilo, nella tragedia perduta Le Eliadi arrivò persino a identificare l’Eridano con il Rodano, confondendo i bacini fluviali posti al di qua e al di là dello spartiacque alpino, a riprova di come le vie d’acqua alpine fossero percepite come vasi comunicanti di un unico labirinto liquido.

La sovrapposizione tra la Dora Baltea e il Po originario rimase radicata a causa dei resoconti commerciali greci ed etruschi. La Dora era la via d’accesso ai grandi valichi transalpini e ai giacimenti metalliferi delle Alpi occidentali. Chi scendeva lungo la sua valle incrociava il Po nei pressi dell’antico insediamento ligure di Bodincomago (nei pressi della futura città romana di Industria). Per i geografi greci, abituati a fiumi dalla portata modesta e stagionale, l’incontro tra queste due masse d’acqua generava un unico mostro fluviale. Le sorgenti del Po venivano così idealmente spostate molto più a settentrione, tra le grandi cime nevose da cui nasceva la Dora, cancellando l’identità autonoma di quest’ultima per inglobarla nel mito dell’Eridano.

La fine di questa secolare anarchia geografica si compì soltanto con l’ascesa al potere di Ottaviano Augusto. Con la nascita del Principato, la conoscenza dello spazio geografico divenne uno strumento essenziale di controllo politico e militare. Roma non poteva più permettersi di governare territori descritti attraverso il filtro deformante del mito ellenico; l’impero necessitava di mappe precise, strade regolate e confini certi.

Tra la fine del I secolo a.C. e l’inizio del I secolo d.C., le legioni romane sottomisero definitivamente i popoli salassi che controllavano la Valle d’Aosta e le sorgenti della Dora Baltea. Nel 25 a.C. venne fondata la colonia strategica di Augusta Praetoria Salassorum (l’odierna Aosta). La conquista militare delle Alpi fu accompagnata da una gigantesca operazione di rilevamento topografico, coordinata da Marco Vipsanio Agrippa, genero di Augusto, il quale ordinò la redazione di una monumentale mappa del mondo conosciuto, l’Orbis Pictus.

Augusto riorganizzò l’Italia dividendo la penisola in undici regioni amministrative. La pianura a nord del grande fiume divenne la Regio XI Transpadana, mentre il corso del fiume ricevette la sua definitiva e ufficiale codificazione idrografica con il nome latino di Padus.
I geografi di età augustea e della prima età imperiale, come Strabone e Plinio il Vecchio, cancellarono le antiche sovrapposizioni mitologiche. Plinio, nella sua Naturalis Historia, descrisse con assoluta precisione scientifica la nascita del Po dal Mon Viso (il Mons Vesulus), distinguendolo nettamente da tutti i suoi affluenti di sinistra e di destra. La Dora Baltea venne finalmente ridimensionata al rango di affluente alpino, separata dall’asse principale che conduceva al delta adriatico.

L’Eridano di Fetonte rimase così confinato nei libri di poesia, mentre la realtà imperiale imponeva un fiume Padus navigabile, censito e integrato nel sistema economico romano. La confusione geometrica che aveva unito la Dora Baltea e il Po per secoli si scioglieva definitivamente sotto il pragmatismo romano, trasformando lo spazio del mito nell’ordinata mappa della prima Europa. Fetonte avrebbe in seguito raffigurato il cattivo governo, contrapposto al carro del sole di Apollo, simbolo del buon governo, rappresentato in alcune importanti residenze e castelli del Canavese.

Jan Carel van Eyck, La caduta di di Fetonte, fine del XVII secolo