Il No di Mattarella a ogni ipotesi di un bis smuove le acque stagnanti della politica

(Mario Berardi)

Le acque stagnanti della politica sono state movimentate dal fermo “no” di Sergio Mattarella all’ipotesi di un bis per il Colle, ritenuto non conforme all’attuale sistema costituzionale (Repubblica parlamentare, non presidenziale). I segretari dei partiti di maggioranza (in primis Enrico Letta) hanno finalmente capito che senza un dialogo serio, sulla legge finanziaria e sul Quirinale, si va a sbattere. Già il “Corriere della Sera” aveva lanciato l’allarme: si rischia, dopo Mattarella, di perdere anche Mario Draghi, perché un voto parlamentare da… “Conclave di Viterbo” (con la maggioranza spappolata) difficilmente potrebbe evitare la crisi di Governo e la paralisi istituzionale.

I leader, da Letta a Salvini, da Conte a Renzi, debbono inoltre far fronte al disagio dei “peones”, i parlamentari che perderanno il seggio con il taglio dei mandati voluto dai grillini: si parla di almeno 150, tra senatori e deputati, disposti a tutto pur di evitare le elezioni anticipate. Il dialogo tra centro-sinistra e centro-destra è quindi un dovere istituzionale, per il bene del Paese, non esistendo nelle due Camere una maggioranza qualificata; a riguardo, le obiezioni dell’on. Di Maio appaiono strumentali.

Si parla spesso nei media della scelta che dovrebbe fare Mario Draghi tra il Quirinale e Palazzo Chigi. In realtà, la domanda è mal posta perché la maggioranza parlamentare dipende dalle scelte dei partiti: solo un accordo Conte-Salvini-Letta sul proseguimento della legislatura può evitare il “fuoco amico” dei franchi-tiratori. In alternativa potrebbe emergere per il Quirinale una candidatura-donna (la ministra della Giustizia Cartabia, l’ex ministra del Governo Monti Paola Severino, la presidente del Senato Casellati…) mantenendo immutato l’inquilino di Palazzo Chigi.

Il consolidamento della ripresa economica (con il Pil oltre il 6%), la lotta alla pandemia, le riforme richieste dall’Unione europea dovrebbero suggerire di evitare rotture al buio; peraltro gli stessi sondaggi di opinione parlano di un elettorato stabile, con Pd, FdI e Lega ciascuno attorno al 20%, i Pentastellati al 15-16 grazie ai voti del Sud, Berlusconi, Calenda, Renzi con suffragi a una cifra.

Il quadro politico è scosso anche dalle dure polemiche sull’inchiesta dei pm toscani sulla Fondazione Open, ritenuta il “braccio finanziario” dell’ascesa di Matteo Renzi da sindaco di Firenze a Segretario dem e Presidente del Consiglio. L’ex premier è accusato di violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti, alcuni suoi collaboratori anche di corruzione; dopo questa indagine, al Senato Italia Viva ha votato con il centro-destra una mozione sulla giustizia, facendo esplodere accuse su una presunta intesa di Renzi con Berlusconi, ovviamente sullo sfondo del Quirinale. I Renziani, divisi al loro interno, hanno smentito; in ogni caso, sotto la minaccia dei franchi-tiratori, non ci sarebbero i numeri per una scelta dirompente sull’inquilino del Colle.

Sul piano sociale i sindacati Cgil-Cisl-Uil e il premier Draghi sono passati dalla minacciata rottura a un dialogo costruttivo: Cisl e Uil hanno mitigato l’intransigenza di Landini, mentre il Governo ha accettato la linea della revisione della legge Fornero sulle pensioni, con particolare riferimento alla flessibilità, i giovani, le donne, i lavori usuranti. L’Esecutivo si è inoltre impegnato a privilegiare il lavoro dipendente nella prossima riforma fiscale, mentre i sindacati hanno insistito nella richiesta di misure più severe contro le “morti bianche” e contro le multinazionali che dislocano all’improvviso le aziende, lasciando i lavoratori sul lastrico.

Il dialogo tra le parti continuerà sino alla scadenza del Documento di economia e finanza (aprile): questo fa presumere che il Governo (e il suo leader) puntino a una sostanziale continuità. Cgil-Cisl-Uil, rassicurati, hanno accettato la tesi dell’Esecutivo sulla “quasi” immodificabilità del bilancio statale 2022, rinviando gli impegni concreti al nuovo anno: con questa scelta di rispetto delle scadenze istituzionali hanno dimostrato quella che è la loro attenzione alle esigenze di stabilità del quadro politico.

Il Paese, dopo due anni di pandemia, ha bisogno di trovare forza e spinte per ricostruire.

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