Il voto referendario provoca i primi contraccolpi nella politica nazionale. Subito la Meloni ha sostituito personaggi discussi come la ministra Santanchè, il sottosegretario alla Giustizia Delmastro, la capo-gabinetto del ministro Nordio Giusi Bartolozzi. Ora il ministro della Difesa Crosetto ha rifiutato, come Craxi con Reagan, l’uso della base siciliana di Sigonella ai bombardieri USA diretti contro l’Iran. La motivazione è tecnica (mancava il tempo per consultare le Camere), ma la scelta è fortemente politica: sottrarsi all’abbraccio soffocante di Trump. La Meloni, peraltro, conferma l’alleanza con gli USA così come il sostegno all’ungherese Orban nel prossimo voto (Salvini è addirittura andato a Budapest in campagna elettorale), ma la linea di politica estera appare meno granitica.

Incertezze si segnalano anche sulla politica economica, dallo scontro tra il ministro Giorgetti e la Confindustria sulle agevolazioni per gli investimenti, sino al forfait del ministro Urso sulla crisi dell’Ilva, con il rischio concreto di scomparsa dell’acciaieria italiana (con migliaia di posti di lavoro in pericolo).

In Fratelli d’Italia, la Meloni è stretta tra la linea identitaria di La Russa, proveniente dal MSI di Almirante, e la spinta “centrista” di Crosetto, ex dc. Nella Lega continua lo scontro tra la scelta nazionale di Salvini e il Carroccio del nord dei Governatori di Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia-Giulia; per intanto il leader leghista ha detto “no” alla proposta di nominare il veneto Zaia al posto della Santanchè, chiedendo invece per sé il dicastero degli Interni. A sua volta Forza Italia è divisa tra i sostenitori del leader Tajani e gli “amici” della famiglia Berlusconi, che punta ad un rinnovamento, cominciando dai capi-gruppo parlamentari. Nel complesso un destra-centro ancora frastornato dalla sconfitta elettorale, alla ricerca di nuovi sbocchi politici e programmatici.

Nel “campo largo” l’euforia della vittoria ha subito determinato uno scontro interno sulle “primarie”; le ha invocate Conte, convinto di vincerle con “gazebo” aperti a tutti, le ha accettate la Schlein, con vincoli a candidature esterne, si è fatto avanti il professor Ruffini, con il movimento “Più Uno”. Nel centro-sinistra, tuttavia, voci autorevoli, a cominciare da Prodi, temono un conflitto negativo Conte-Schlein e propongono un federatore. I nomi non mancano: i sindaci Manfredi (Napoli), Salis (Genova), l’ex capo della Polizia Gabrielli, il magistrato Gratteri…

È tuttavia prevalente l’opinione (in primis di Veltroni) di far precedere la consultazione sui nomi all’indicazione di un programma unico del “campo largo”. Sulla politica estera c’è una netta divisione – tra PD e Centristi, da un lato, e M5S e AVS dall’altro – sulla collocazione in Europa e gli aiuti all’Ucraina. Sulla questione sociale i “riformisti” non condividono la scelta prioritaria della Cgil di Landini a scapito di Cisl, Uil e autonomi. Sull’economia i Dem privilegiano l’industria, i Verdi il forte impegno per l’ecologia. Sui temi etici l’area riformista non accetta il “dogma” laicista dell’Associazione radicale Coscioni, dall’eutanasia alla maternità surrogata…

Mentre i Poli, lacerati, ricercano un nuovo equilibrio, per non smentire le promesse la Meloni ha proposto una nuova legge elettorale che prevede un forte premio di maggioranza alla coalizione che superi il 40% dei voti espressi. Questo per evitare, anche alla luce del referendum, un risultato di pareggio nelle due Camere, previsto dalla larga parte dei sondaggisti. Un primo stop è già arrivato dal Presidente della Consulta; ci sono poi le obiezioni di Lega e Forza Italia sull’abolizione dei collegi uninominali e la ferma opposizione del “campo largo” al cambio del sistema elettorale alla vigilia delle politiche.

Appare improbabile che la nuova proposta di legge arrivi in porto, anche per il necessario placet istituzionale del Capo dello Stato. È soprattutto cambiato il clima politico: il bipolarismo rissoso, la priorità alle persone anziché ai programmi, l’esigenza di unità del Paese di fronte al dilagare delle guerre, rendono di estrema attualità l’indicazione della Carta costituzionale sul ruolo del Capo dello Stato nella formazione dei governi. Il “pareggio” lo rende indispensabile, la nuova legge lo renderebbe superfluo.