Ad un anno dal voto la nuova legge elettorale è nel caos, davanti alle Camere. Il Governo – sondaggi alla mano – ha constatato che la secessione del gen. Vannacci (valutato al 7%) porta il destra-centro sotto la soglia del 42%, impedendo di conquistare il premio di maggioranza; come estremo rimedio il sen. Pera, di Fratelli d’Italia, ha presentato a titolo personale la proposta di ballottaggio tra due coalizioni che raggiungano il 38% in prima battuta; ma la maggioranza è divisa: contrari Lega e Moderati, perplessi i berlusconiani, mentre lo stesso Presidente del Senato, La Russa, vede margini stretti per un nuovo voto delle Camere sulla riforma.

Due le obiezioni essenziali: il ballottaggio, riguardando entrambe le Camere, potrebbe avere un risultato ‘nullo’, con Camera e Senato con maggioranze diverse; in ogni caso, con un’affluenza al voto valutata al 50%, il ballottaggio darebbe tutti i poteri ad una formazione eletta dal 20% degli italiani. È una crescita democratica o è un avvicinarsi al modello Trump?

Con l’attuale legge, secondo le previsioni di molti sondaggisti e degli ex ministri Delrio e Patuanelli (lo scrive il Corriere della Sera), avremmo il pareggio ed il ritorno ‘de facto’ al sistema proporzionale della Prima Repubblica, dopo trent’anni di bipolarismo avviato dalla sfida Occhetto-Berlusconi.

E qui torna il primato della politica perché la legge non può supplire alla crisi evidente dei due Poli.
Nel destra-centro i due partiti minori, Lega e Forza Italia, sono ai minimi storici del consenso: Salvini apertamente contestato dalla Lega del Nord, che ripropone la linea Bossi e rigetta la rincorsa alle tematiche di Vannacci, anti-europeo, filo-russo, nostalgico del passato.

Tra gli “azzurri” l’ala berlusconiana critica Tajani per l’eccessiva accondiscendenza verso la Meloni, chiede un maggior impegno sul liberalismo europeo e la presenza di Forza Italia sul territorio senza “cacicchi”.

Fratelli d’Italia, che resta il primo partito (valutato attorno al 26-27%), deve precisare la sua linea politica dopo la rottura con Trump: europeo o nazionalista, schierato con Marine Le Pen o Ursula von der Leyen? Le scelte sull’immigrazione sono nel segno del “sovranismo”, non della solidarietà.

Sull’altro fronte il “campo largo” avrebbe sulla carta la possibilità di superare la fatidica soglia del 42%, ma ci sono due nodi insoluti: l’accordo con i “Centristi”, e le “primarie” per la scelta del candidato a Palazzo Chigi.

Il leader pentastellato Conte è in piena campagna elettorale per le “primarie”, con critiche palesi alla “rivale” Schlein: ha detto “no” alla patrimoniale sulle grandi ricchezze, ha contestato la scelta pro-Kiev del PD con una linea “neutralista”, ha attaccato la cultura Woke per differenziarsi dal libertarismo etico della leader dem…

Questo scontro ha preoccupato molti esponenti dem, che vedono le “primarie” come un rischio grave. Secondo l’ex ministro Speranza sarebbe “un regalo alla Meloni”, perché gli elettori dello sconfitto alle “primarie” in parte rinuncerebbero al voto decisivo. Stessa valutazione per un eventuale “terzo nome” (la sindaca di Genova Salis, il prefetto Gabrielli, il sindaco di Napoli Manfredi…).
Resta poi da sciogliere il nodo del programma, e cominciare dalla politica estera e dalle guerre in Ucraina e in Medio Oriente. L’opinione pubblica si attende da entrambi i poli un “disegno di società” che vada oltre le scaramucce quotidiane e che collochi al primo posto l’impegno per la pace.

Un’ultima osservazione riguarda il ruolo del Quirinale, arbitro imparziale e solerte, in questo decennio, della vita delle istituzioni repubblicane: dal caso Roggero alla prematura candidatura della Meloni al Colle c’è una tendenza ad “oscurare” Sergio Mattarella, in contrasto con la crescente adesione popolare. Si teme il “pareggio elettorale” perché la crisi tornerebbe nelle mani del Capo dello Stato, una personalità che propone la politica come servizio al “bene comune”.