La musica secondo J. S. Bach (parte prima)

(Piero Pagliano)

Forse è soltanto un suggestivo gioco di parole, ma a volte funziona la regola del nomen-omen; e nel nome di BACH viene facile trovare una corrispondenza significativa: Bach, il “ruscello” che diventa un grande fiume in cui confluiscono, si mescolano e diventano eterni tutti i suoni del passato: la polifonia del ‘500, la musica strumentale italiana e francese, la grande tradizione organistica della Germania. Come se l’intero universo musicale europeo avesse trovato in lui l’interprete enciclopedico che lo ha portato a risultati monumentali mai raggiunti prima, e che in forza di quella originale rielaborazione restano tuttora attualissimi e proiettati nel futuro. Universo musicale che significò anche, nella prima metà del Settecento, non solo la grande fioritura del Barocco, ma insieme la convergenza della razionalità illuministica con un rinnovato sentimento religioso scaturito dalla traumatica e lacerante “rivoluzione” luterana, che ha drammaticamente diviso ma insieme anche contribuito a rinvigorire la tradizione dell’Occidente cristiano.

La vita di Johann Sebastian Bach (Eisenach 1685–Lipsia 1750) fu di fatto investita completamente nell’arte musicale, e le sue opere più importanti (le 200 cantate sacre, la straordinaria produzione per organo, le due Passioni, la Messa in si minore, l’Oratorio di Natale, ecc.) furono quelle riservate al servizio liturgico della Chiesa; opere che restano – oltre che capolavori senza tempo – anche la personale testimonianza di un profondo sentimento religioso. Per Bach, infatti, tutta la sua attività artistica – incluse le parti più “teoriche” come i 48 preludi e fughe del Clavicembalo ben temperato – non venne mai concepita come fine a sé stessa, ma sempre come esperienza protesa all’elevazione dello spirito umano verso Dio.

Questo primo accostamento alla galassia bachiana si rivolge a un tema certamente più marginale, ma che ha avuto nei due secoli successivi una rivalutazione sorprendente. Si tratta della notissima Ciaccona che conclude la Partita in re minore per violino solo, BWV 1004, e che ha una durata più lunga di tutti i quattro movimenti precedenti messi insieme (Allemanda, Corrente, Sarabanda, Giga: secondo la struttura formale della Suite). La Ciaccona, che chiude la sequenza, è costituita da un tema di otto battute e da 32 variazioni. Ora, al di là degli aspetti tecnici, strutturali e virtuosistici di questo vero e proprio cult, in cui si sono cimentati tutti i più grandi maestri del violino, può essere utile, per cercare di coglierne anche la dimensione emotiva più interiore, connetterla ad un mo-mento molto doloroso nella vita del musicista. La composizione si colloca negli ultimi mesi del 1720. Bach ha già alle spalle un curriculum importante di organista ad Arnstadt e a Mühl-hausen, e poi di Konzert-meister a Weimar e, dal 1717, di maestro di cappella alla corte di Köthen.

Nel 1707 il giovane “maestro” aveva anche concluso felicemente il suo corteggiamento con un’altra Bach, la cugina di secondo grado Maria Barbara, figlia e nipote di musicisti, che diventò sua moglie. L’anno seguente, verrà alla luce la primogenita, Catharina Dorothea, a cui seguiranno il futuro musicista Wilhelm Friedemann; e dopo due gemelli che sopravvivono solo pochi giorni, nel 1714 il figlio che diventerà più famoso, Carl Philipp Emanuel; nel 1715 Johann Gottfried Bernhard, che sarà anche lui un buon organista. Nell’insieme, dunque, una famiglia felice, ma quell’equilibrio costruito in dodici anni di reciproci affetti si spezza di colpo: il 29 settembre del 1719, muore di appena dieci mesi il piccolo Leopold Augustus che era stato presentato a battesimo dallo stesso principe regnante Leopold (da cui aveva preso il nome).

E anche la madre era destinata a seguirlo presto: nel luglio del 1720, Maria Barbara muore anche lei improvvisamente, mentre Johann Sebastian si trovava lontano, al seguito del suo principe, alle terme di Karlsbad, e quando arrivò a Köthen, la moglie era ormai sepolta da dieci giorni. Sarà proprio nei giorni seguenti a questo tragico lutto che prende corpo nella mente dell’artista trentacinquenne quel capolavoro che sarà la Ciaccona, una sorta di elegia che tocca tutte le corde del sentimento: il trauma della morte, il ricordo dei giorni felici, la rassegnazione e la speranza dell’uomo di fede… L’attacco e le arcate iniziali del violino esprimono, come colpi di spada che trafiggono il cuore, la ferita del distacco; ma poi la melodia si fa più consolante, e già nella prima variazione subentra il ricordo di un passato gioioso, fino a pacificarsi – nella seconda parte in re maggiore – in un canto che esprime il sentimento religioso del credente che si affida alla consolante volontà divina, con la musica che si distende in una berceuse paradisiaca dove si possono udire i suoni e le voci di un polifonico coro angelico. Ma poi, nella terza e ultima sezione (di nuovo in re minore), ritorna il dolore lancinante nei sentimenti contrastanti dell’uomo Bach, combattuto tra la perdita della moglie e l’accettazione di un destino di luminosa speranza nella vita futura.

La Ciaccona avrà una lunga storia di “variazioni” e un futuro che certo non avrebbe potuto immaginare nemmeno il suo creatore. Come riferisce il nostro più autorevole musicologo, Piero Rattalino, fu Mendelssohn il primo ad “arrangiare” questa immortale opera bachiana, accostando al violino un accompagnamento pianistico e facendola diventare un pezzo da concerto con tonalità romantiche. Ci furono poi le trascrizioni per pianoforte solo di Joachim Raff e di Géza Zichy, mentre quella tentata da Liszt si fermò ad un abbozzo. Ma di fatto a restare nella storia di questo capolavoro saranno la versione per violino e pianoforte di Schumann e quella pianistica di Brahms per la sola mano sinistra.

E infine si imporranno, negli ascolti di un pubblico ben più vasto, l’originale arrangiamento per chitarra di Andrés Segovia e, sopra tutti, l’adattamento pianistico ad opera del compositore e impareggiabile pianista Ferruccio Busoni (Empoli 1856–Berlino 1924). Il nostro famoso musicista, pioniere delle moderne trascrizioni bachiane, mette qui in gioco tutta la versatile potenzialità della tastiera fino a raggiungere le imprevedibili espressività “orchestrali” che un altro nostro geniale interprete, Arturo Benedetti Michelangeli (Brescia 1920–Lugano 1995) metterà al servizio anche del più grande “padre della musica”.

Tra le esecuzioni per violino della Ciaccona di Bach c’è solo l’imbarazzo della scelta, ma si impongono certamente i nomi di Jascha Heifetz, David Oistrakh, Yehudi Men-huin, Isaac Stern, Arthur Grumiaux, Leonid Kogan, Zino Francescatti e Itzhak Perlman (di cui è accessibile anche un bel video). Molto interessanti le interpretazioni della giapponese Sayaka Shoji (vincitrice del Premio Paganini 1999) e della Viktorjia Mullova. E naturalmente quelle dei nostri due massimi veterani dell’archetto: Sal-vatore Accardo (sullo Stradivari) e Uto Ughi (che imbraccia uno dei più espressivi e preziosi Guarneri del Gesù). Con la versione della Ciaccona “Bach / Busoni” si sono invece misurati molti virtuosi della tastiera, ma nessuno – a parte lo stesso Busoni e il suo allievo prediletto Egon Petri che sfruttarono anche le sontuose sonorità dei pianoforti Bechstein – è riuscito finora a reggere il confronto con le imbattibili esecuzioni di Benedetti Michelangeli. Tra le quattro sue registrazioni (1948, 1955, 1973, 1988), la prima fu realizzata dal pianista ventottenne nel mitico studio londinese Abbey Road che darà fama anche ai Beatles. Quella del 55, live a Varsavia; quella del 73 al Royal Festival Hall di Londra. Quella dell’88, live a Bregenz, è anche l’ultima eseguita, ma è forse quella che appare più affine, nella sua dinamica molto accentuata e drammatica, al pathos con cui la suonava lo stesso Ferruccio Busoni.

 

Esegui l'accesso per Commentare