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Il 25 febbraio scorso è stato presentato l’ottavo rapporto di Antigone sulla Giustizia Minorile. Antigone è un’associazione attiva dalla fine degli anni ’80 che si batte per i diritti e le garanzie nel sistema penale. L’associazione è autorizzata ad entrare in 25 Istituti di pena italiani e attraverso l’Osservatorio sulla Giustizia Minorile documenta in modo trasparente la realtà della detenzione minorile oltre che a mappare la rete di comunità terapeutiche che accolgono i minori nel circuito penale.
Antigone denuncia che, a seguito dell’approvazione del “decreto Caivano”, nel 2023, la presenza di minori nel sistema degli IPM (Istituti di Pena Minorile) è aumentato tanto da portare fenomeni di sovraffollamento con l’aggravamento di criticità e malesseri che hanno condotto anche a gesti disperati.
Il rapporto evidenzia come la mancanza di investimenti sulle politiche educative e sociali e il ricorso a volte indiscriminato al mezzo di contenimento penale e punitivo stiano creando un effetto di terrorismo sociale in merito alla condizione giovanile.
Negli IPM si stanno riducendo gli spazi e le attività socio educative, in alcuni manca la possibilità di svolgere corsi ed attività professionalizzanti e questo rende ancora più complicato l’inserimento dopo la pena, ed il rischio di essere stigmatizzati, e rientrare in spirali di disagio sociale, di sfruttamento da parte di sistemi di criminalità…
Antigone rileva l’ingiustificata criminalizzazione degli stranieri. È vero che il numero di minori stranieri in carcere è maggiore rispetto al numero degli italiani ma i reati a questi attribuiti sono di gran lunga meno gravi: l’86% delle imputazioni di omicidio, il 22% dei reati contro la persona e il 63% di quelli di violenza sessuale e di stalking sono stati realizzati da giovani italiani.
I giovani per cui si aprono le porte degli IPM sono soprattutto in condizioni di povertà socio educativa o i minori stranieri non accompagnati, per cui si sono ridotte e si ridurranno ancora di più i servizi di accoglienza quando, invece, meriterebbero servizi di assistenza e di alternativa sociale diversi per offrire un’opportunità di riscatto, un’alternativa ad un sistema nel quale hanno avuto difficoltà a trovarsi. Attraverso la sola repressione (che ha comunque un costo, col conseguente aumento della spesa pubblica) il disagio esistenziale dei giovani rischia di esacerbarsi oltremodo. Un disagio che cresce anche per l’incapacità di rispondere adeguatamente ad una richiesta di aiuto.


