Foto generata con IA.
Il fascino del mistero atavicamente muove l’uomo, sin da quando ha fatto i primi passi su questa terra. Pensiamo al fuoco, che arcano poteva essere, che attrazione fascinosa poteva suscitare, chissà da dove poteva provenire.
Poi col tempo l’uomo si è evoluto e le cose materiali son diventate sempre meno misteriose, pur lasciando intatto il velo di mistero sulle grandi domande dell’universo. Perché in fondo l’uomo è così: si interroga e si lascia affascinare, anzi direi pure si fa divorare dalla curiosità. Allo stesso modo l’uomo moderno non esula da questo paradigma e rimane ammaliato da ciò che suscita in lui un fascino misterioso. E qui entrano in gioco molteplici fattori perché sarebbe sfida insormontabile descrivere minuziosamente quel cosiddetto fascino.
Lavorando per insiemistica, cosa vi è dentro e cosa fuori, quali sono i criteri per descrivere quell’insieme? Sicuramente, come insieme più stretto, all’interno di questo fascino troviamo ciò che riguarda l’occulto. Ovvero, per come compreso mediamente, l’idea di un soprannaturale con uno squisito gusto magico e frizzantino, con parvenze ancestrali e risvolti più o meno blandi nella vita quotidiana.
Figlia di tale o talaltra pratica spiritista, simil-panteista o deista, o anche nulla di tutto questo: solo appunto, soddisfacente fascino. Eppure moltissime volte queste mendaci realtà hanno l’effetto ontologico della pania colla mosca: ci si finisce invischiati e senza capire il perché non ce ne si libera più. Perché una buona parte di quelle fascinose pratiche, così innocue come sembrano non lo sono poi fino in fondo. Eppure il punto di partenza sembrava onesto, umano, necessario.
E si torna sempre lì: l’uomo anela a qualcosa più grande di lui, e lo fa per sua natura, alcuni direbbero suo malgrado. Solo che soddisfare questa necessità è un’operazione sì naturale ma che deve pur essere genuinamente positiva, cioè improntata ad una risposta verso il bene, verso una realtà d’amore. L’occulto mediamente inteso, invece, fa solo annusare ciò di cui l’uomo ha bisogno, per poi agire all’inverso, e risucchiarlo.
Quindi l’operazione consigliabile non è tanto spegnere l’interruttore delle necessità trascendenti, delle domande esistenziali, fare come gli struzzi con la testa sotto la sabbia, iniettandosi una massiccia dose di anestetico del cuore e dell’anima; quanto più invece dare autentica corda e considerevole attenzione a questo desiderio e dargli un nome ragionevole sin dall’inizio. Riconoscerlo e coltivarlo apre la strada verso la vita piena, surrogarlo con scintillanti placebo, della cui natura non siamo mai certi, ci inganna e ci mette in pericolo, perché come il fuoco, ad avvicinarsi troppo per l’ammalio si finisce bruciati.


