La trappola dei social, programmati per rubarci il tempo

(Susanna Porrino)

“Il libro distingueva Tereza, ma la rendeva antiquata. Naturalmente, lei era troppo giovane per potersi accorgere della sua aria antiquata. I giovani che le passavano accanto con le loro rumorose radioline le sembravano stupidi. Non si accorgeva che erano moderni”.

Nel 1984, quando smartphone e identità virtuali erano ancora una realtà inconcepibile al di fuori dai confini della fantascienza, lo scrittore ceco Milan Kundera sollevava così il problema di una profonda trasformazione nel ruolo della tecnologia nella vita dell’uomo, che passava da una dimensione funzionale ad una dimensione socio – culturale: nella descrizione di Tereza, la protagonista del suo capolavoro L’insostenibile leggerezza dell’essere (considerato una delle maggiori opere della letteratura contemporanea) egli non poteva però ancora prevedere il modo in cui tale ruolo in meno di mezzo secolo si sarebbe fatto sempre più rilevante.

Uno degli ultimi prodotti di questo studio ha il titolo di The Social Dilemma: un documentario lanciato nel 2020 che apre gli occhi su alcuni aspetti del modo in cui i social e la tecnologia vengano programmati e perfezionati per provocare dipendenza nei singoli e manipolarne gli interessi a fini commerciali.

Paradossalmente presentato da Netflix (una piattaforma che, seppur in maniera meno incisiva, opera attraverso gli stessi meccanismi denunciati dal programma) il documentario ha il pregio di far riflettere sul modo in cui i contenuti che ci vengono proposti siano accuratamente selezionati per tenere la nostra attenzione fissa sugli schermi il maggior tempo possibile. La spregiudicatezza di tali realtà commerciali non può essere considerata una novità: a molti era già noto anche il ruolo, nel meccanismo di gratificazione implicato nell’utilizzo dei social, esercitato da componenti neurologiche coinvolte nelle varie forme di dipendenza.

È però estremamente interessante l’accento posto sul modo in cui la continua fruizione di contenuti selezionati da algoritmi programmati per soddisfare i nostri interessi possa influenzare la nostra capacità di esplorare mondi e idee diverse dalle nostre. La necessità di catturare il nostro interesse si concretizza infatti nella continua proposta di contenuti ritenuti vicini al nostro pensiero e ai nostri bisogni, abituandoci a muoverci in un universo chiuso in cui persino le informazioni, vere o false che siano, sono presentate come in linea con i propri valori di riferimento.

L’uomo ha la tendenza a ricreare nella propria mente una realtà costruita su misura per sé, dalla quale spesso fatica a discostarsi; d’altra parte, per quanto il confronto con gli altri ci permetta di accedere a nuove prospettive e nuovi modelli di riflessione, la realtà ci viene presentata come il prodotto della percezione esclusiva dei nostri sensi e delle nostre elaborazioni mentali.

La tecnologia non ha dunque deviato un bisogno naturale dell’uomo, ma lo ha portato all’estremo: in una realtà umana in cui la sopravvivenza prevede per sua natura il passaggio attraverso scontri, rischi e contraddizioni, e la vita sociale è frenata da una serie di regole e convenzioni il cui peso risulta a volte soffocante, il rifugio in una realtà virtuale in cui sfogare i propri istinti più primitivi e fruire di contenuti che alimentano il nostro ego e riconoscono la ragionevolezza delle nostre idee sembra la soluzione più allettante.

Ed è effettivamente quella in cui più frequentemente si cade, a volte con conseguenze estreme (si pensi ad esempio al fenomeno degli hikikomori). Certo non è possibile accusare la tecnologia di essere l’unica causa di una situazione di disagio sociale troppo vasta e diffusa per poter essere identificata in un solo fenomeno: la crisi dei valori tradizionali, il profondissimo divario generazionale e ideologico tra figli e genitori, la situazione di precaria incertezza economica hanno certamente dato un ampio contributo.

Tuttavia, le tecnologie sono colpevoli di aver reso perennemente disponibile un tale rifugio immaginario, rendendo le nuove generazioni incapaci di affrontare con fermezza e determinazione le sfide della vita: gli universi mediatici hanno saputo sottrarre all’uomo il suo bene più grande, il tempo, destinandolo all’inseguimento di contenuti sterili e privandolo a tal punto del suo valore da provocare un crescente senso di rifiuto di una realtà nell’immediato priva di stimoli così soddisfacenti e remunerativi.

Non è possibile, probabilmente, cancellare gli effetti ottenuti fino ad oggi, ma è possibile risvegliare la consapevolezza; riconoscendo nell’attraente mondo virtuale un richiamo pensato per non permetterci di allontanarci, restituire al tempo della nostra vita la dignità e l’esigenza di essere vissuto, anche qualora ciò che ci offre non appaia rassicurante come vorremmo.

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