Nella foto a sinistra: Torre di Santo Stefano, Ivrea; a destra: la Collegiata di Sant’Orso, Aosta

Assumere l’anno Mille come spartiacque della vita monastica nelle nostre terre corrisponde, sotto l’aspetto politico, al passaggio dall’età carolingia alla dinastia degli Ottoni, che inaugura il Sacro Romano Impero. In tale contesto si colloca l’opera di Guglielmo da Volpiano, che intende affrancare l’abbazia di Fruttuaria da ogni tutela. “Le linee essenziali della libertà monastica teorizzata da Guglielmo sono sintetizzate nel singolare documento, redatto fra il 3 gennaio 1015 e il 30 gennaio 1016, con il quale egli illustrava la vicenda della fondazione di Fruttuaria, e ne chiariva lo statuto giuridico, mettendone in rilievo l’assoluta indipendenza da qualsiasi vescovo, monastero o autorità laica…

Per conferire validità al documento di fondazione di Fruttuaria Guglielmo lo corroborò con 324 sottoscrizioni di altrettanti monaci, grandi abati e vescovi, ma non mancarono i monarchi” (A. Lucioni, Guglielmo da Volpiano. La persona e l’opera, p. 65).

Nel 1027 papa Giovanni XIX, con bolla pontificia, pose l’abbazia e tutti i suoi beni sotto il controllo diretto di Roma. In breve tempo Fruttuaria si ramificò nei priorati di Lombardore, Borgiallo (Rivarossa), Front, Feletto, Volpiano, Cortereggio (Curtis regia, San Giorgio), Macugnano (Aglié), Montanaro; oltre a questi, risalendo la Dora: Arnad, Chambave, Aosta. Ad essi si deve aggiungere il monastero femminile di Busano, dipendente da San Benigno. Alcuni anni dopo la morte di Guglielmo il vescovo Enrico II affidò ai monaci di Fruttuaria la costruzione nella stessa Ivrea dell’abbazia intitolata a Santo Stefano (1041), della quale oggi rimane il bel campanile romanico.

Dall’abbazia eporediese dipendevano alcuni priorati: Sant’Eusebio, Albiano d’Ivrea; San Solutore, Baio Dora; Sant’Antonino, Bollengo; San Lorenzo, Piverone; San Michele, Carrone. L’abbazia di Santo Stefano fu fiorente fino al 1451, quando papa Nicolò V concesse al duca Ludovico di Savoia di nominare il titolare del beneficio. A Candia, sempre nel territorio della diocesi, nel corso del secolo XI venne costruita la chiesa di Santo Stefano, alla quale era probabilmente annesso un priorato benedettino. In una bolla del 1177, prendendo sotto la sua protezione l’Ospizio dei Santi Nicolao e Bernardo di Monte Giove, papa Alessandro III cita tra le sue pertinenze S. Stefano di Candia. Fruttuaria potrebbe aver ceduto la chiesa e il priorato ai monaci del Gran San Bernardo in considerazione del fatto che S. Stefano di Candia fungeva da ospizio lungo la Via Francigena. Oggi la chiesa e la sua cripta sono in ottimo stato di conservazione, mentre del priorato rimane un rudere.

Risalendo il corso della Dora Baltea troviamo tre cenobi, che si presentano originali rispetto al monachesimo benedettino: l’abbazia del Gran San Bernardo, la collegiata di Sant’Orso in Aosta e la prevostura di St. Gilles a Verrès. Intorno al 1050, con il sostegno della regina Ermengarda, moglie di Rodolfo III di Borgogna, un canonico e arcidiacono della cattedrale di Aosta, san Bernardo, detto di Menthon (in Alta Savoia, sul lago di Annecy) perché si riteneva appartenesse a quella famiglia baronale, costruì sul valico alpino del Monte Giove un ospizio a servizio di tutti i viandanti, specie dei mercanti e dei pellegrini.

Inizialmente gestito dai fratres di una confraternita, l’ospizio del Gran San Bernardo venne in seguito affidato a una comunità di canonici regolari, che nel 1911 confluirono nella Congregazione dei Canonici lateranensi. Bernardo di Mentone è anche all’origine dell’ospizio sull’Alpis Graia: il Piccolo San Bernardo. Dai religiosi del Gran San Bernardo, oltre a Santo Stefano di Candia dipendevano alcune chiese della diocesi di Ivrea: San Michele di Curseria in Ivrea, San Salvatore di Borgomasino, Ss. Andrea e Calogero di Caluso, la chiesa di Moirano (Perosa) e la cappella di San Nicolao di Grivodenco; inoltre, San Martino di Ciriè, della diocesi di Torino.

La Prevostura di Sant’Egidio (St. Gilles) a Verrès, nel cuore della valle di Aosta, è menzionata per la prima volta nel 1050, ma una tradizione fa risalire la sua fondazione al X secolo, attribuendola a Gisella, moglie di Adalberto I, marchese di Ivrea, e figlia di Berengario I, re d’Italia. Un’altra tradizione ne sposta la fondazione alla fine dello stesso secolo e l’attribuisce ai marchesi del Monferrato. L’intitolazione a St. Gilles, vissuto tra l’ VIII e il IX secolo presso Arles, è segno dello stretto legame allora esistente tra la Provenza e la valle di Aosta. Una bolla del papa Innocenzo III (1207) attesta che i canonici di Saint-Gilles di Verrès seguivano la regola di sant’Agostino. Anch’essi nel 1911 si unirono ai Canonici lateranensi.

La Prevostura di Verrès possedeva uno scriptorium e aveva una scuola per la formazione del clero. Privilegi e donazioni delle autorità e dei fedeli ne fecero la più importante istituzione religiosa della Valle d’Aosta: tra chiese, cappelle e ospizi arrivò ad avere alle proprie dipendenze 60 benefici nella diocesi di Aosta, 12 in quella di Ivrea, 1 nella diocesi di Vercelli e 7 in quella savoiarda di Moûtiers.

Nel 1182 l’abbazia di Fruttuaria cedette alla Prevostura di Verrès tutti i beni che possedeva in Valle d’Aosta. La Collegiata di St. Gilles, o Sant’Egidio, che è anche parrocchia, accoglie i pellegrini che percorrono la Via Francigena. Anche la città di Aosta aveva una Collegiata, con religiosi che seguivano la regola agostiniana. All’epoca del vescovo Anselmo (994-1025) la chiesa dei santi Pietro e Orso, già esistente nel V secolo, venne ricostruita a tre navate, chiuse a oriente da altrettante absidi semicircolari. A questo periodo appartengono gli importanti affreschi di cui restano testimonianze nel sottotetto.

Nel secolo XII furono aggiunti la torre campanaria e il chiostro. La Collegiata di Sant’Orso conobbe una nuova fioritura al tempo del priore commendatario Giorgio di Challant, quando la chiesa assunse l’aspetto tardogotico che la caratterizza. Nuovi monasteri sorsero anche nella diocesi di Torino. Secondo il Chronicon Coenobii Sancti Michaelis de Clusa, l’abbazia di San Michele della Chiusa sarebbe stata fondata già nel 966. Venne comunque costruita a partire dal tempo di papa Silvestro II (999-1003). Nel secolo XII l’abate Ermengardo realizzò l’ardita struttura che s’innalza sulla cima del monte Pirchiriano fino a sfiorare i 1.000 metri di altitudine; ma la “nuova chiesa” in stile romanico fu completata dall’abate Stefano.

All’alba del 1200 San Michele raggiunse il massimo splendore. La sua biblioteca e la sua scuola di grammatica avevano una reputazione europea. Fedele a Cluny, sostenitore del centralismo papale, l’abbazia sostenne le proprie autonomie di fronte ai vescovi di Torino. Papa Urbano VI, in seguito al conflitto tra il ramo principale dei Savoia e i Savoia-Acaia, l’affidò alla protezione di Amedeo VI di Savoia. Di conseguenza San Michele della Chiusa decade e Gregorio XV ordinò la sospensione della vita monastica. Nel 1836 re Carlo Alberto affidò la Sacra ai Padri Rosminiani.

In un documento del 1037 il vescovo Landolfo afferma di aver ritenuto giustissimo istituire un monastero nella “villa” di Cavour, attestata in età romana come Forum Vibii Caburrum. La carta del 1037 costituisce il riconoscimento formale del cenobio di Santa Maria di Cavour e del suo patrimonio fondiario, ma non è da escludersi che a quella data l’abbazia esistesse già da qualche tempo. L’edificio romanico aveva due livelli: quello del presbiterio, esteso a tutte e tre le navate e poggiante sulla cripta, riservato al coro monastico, e quello inferiore delle navate per i semplici fedeli. Oggi si conservano parti della chiesa superiore e, in ottimo stato, la cripta.

Nel 1029 il marchese Olderico Manfredi II fondò a Susa, nel luogo di una chiesa paleocristiana, l’abbazia benedettina di San Giusto, che nel 1583 passerà ai canonici Lateranensi. La chiesa abbaziale, nel frattempo ampliata, nel 1772 diventò la cattedrale della nuova diocesi di Susa. Nel 1064 la marchesa Adelaide di Susa donò diversi possedimenti, tra i quali l’intera Val Chisone e la valle Germanasca, all’abbazia di S. Maria di Verano, presso Pinerolo, forse costruita già nel X secolo.

I monaci compirono opere di diboscamento e di bonifica del territorio, facendo progredire le tecniche agricole. Ai benedettini, che avevano abbandonato la vita in comune prendendo residenza nelle vicine borgate, nel 1590 subentrarono i cisterciensi, i quali ripararono a Torino quando i francesi occuparono il territorio. I francesi in ritirata saccheggiarono e rasero al suolo l’abbazia (1693). I monaci dovettero di nuovo abbandonarla al tempo dell’occupazione napoleonica. La chiesa, ricostruita in stile barocco, oggi è la parrocchiale di Abbadia Alpina.