Le notti silenziose del confinamento

(Fabrizio Dassano)

Notti silenziose che diventano ancora più pesanti per gli insonni, che a quanto pare stanno aumentando vertiginosamente in tempi di confinamento da lenta agonia sociale.

La sera piomba nel silenzio presto: guardi i condomini e anche le luci degli appartamenti sono flebili. E si spengono velocemente. Alle 3 ti rendi conto della nostra incapacità di vivere e fare al buio.

Verso le 5 il silenzio è squarciato dal canto degli uccelli notturni, se si abita in periferia o in campagna lo si sente bene: un vero e proprio concerto. Vuol dire che la natura c’è ancora là fuori al di là del vetro della finestra, a dispetto della limitazione delle attività umane che sul nostro pianeta variano dagli spostamenti degli studenti su pullman vuoti o pieni, dalle proteste dei No Tav a quelle dei ristoratori, condannati all’agonia commerciale, passando per la sparizione delle Pro Loco senza più attività, fino allo sversamento dell’acqua radioattiva di Fukushima direttamente nelle acque del Pacifico. Complimentoni al popolo del Sol Levante!

La disperazione si sta lentamente sostituendo alla paura del contagio, al disagio del confinamento, bendando gli studenti come davanti ad un plotone d’esecuzione, davanti alla “web cam” per un’interrogazione che non può più avere senso pensata e fatta in Dad. Inizio a pensare che tutta questa tecnologia informatica inventata dall’uomo non sia servita a niente nei tempi del confinamento da pandemia. Ha confuso ruoli, profili, identità, appartenenze, somiglianze e connessioni, mentre il blocco del vaccino di un’altra casa farmaceutica in USA per sospetta correlazione con casi di trombosi è un’altra doccia fredda per tutti, che rallenterà ulteriormente la campagna di vaccinazione.

Sono notti insonni perché non si va più a teatro o al cinema. L’altra notte ho addirittura sognato di essere a teatro, al bellissimo “Giacosa” di Ivrea, in una poltrona di velluto rosso immerso a godermi “Come le foglie”, bel drammone di Giuseppe Giacosa che ricorda il “Giardino dei ciliegi” di Cechov, che inizia al suono della terza campanella. Ma invece resta tutto un sogno come la voglia di andare in una sala cinematografica, mettersi di nuovo in fila per fare il biglietto, spostare i tendoni per entrare in platea e cercare il posto migliore, mentre scorrono le pubblicità dei film tra una proiezione e l’altra. Sembra di parlare di cose dell’altro mondo e di altri tempi!

E passeggiare per la città dopo le dieci di sera, magari dopo una pizza? Non mi ricordo nemmeno più che sensazione c’era a quei tempi, quando in estate potevi passeggiare tutta la notte e goderti il fresco del Lungo Dora senza aver timore delle pattuglie di ronda.

Eh! bei tempi allora, quando potevi assembrarti liberamente in mille sagre paesane dove mangiare di tutto e tutto diverso, spostandosi di pochi chilometri. Bei ricordi dei tempi andati quando potevi abbracciare qualcuno o baciare affettuosamente un tuo caro senza dover usare i gomiti al posto delle braccia e delle labbra.

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