Le pandemie invisibili

(Filippo Ciantia)

La scorsa settimana ho incontrato quattro giovani mentre ricevevano la loro vaccinazione contro il Covid-19. Tre erano affetti da HIV/AIDS e la quarta aveva sofferto, anni fa, di tubercolosi. Sia i primi, pur ricevendo con successo un trattamento adeguato e ben compensato, sia la giovane che era guarita completamente dal “mal sottile”, segnalavano un forte senso di isolamento, di stigma e di vergogna.

Immersi nella pandemia da Covid-19 che affligge il nostro mondo da un anno e mezzo, abbiamo dimenticato la pandemia permanente dovuta alla tubercolosi, una delle più antiche malattie. Non abbiamo neppure registrato il 40° anniversario del riconoscimento dei primi malati di AIDS. Dimentichiamo o cerchiamo di cancellare dai nostri pensieri il fatto che ogni anno 10 milioni di persone contraggono la tubercolosi e 1milione200mila ne muoiono. Non consideriamo seriamente che, dall’inizio della pandemia da HIV, sono morte 40 milioni di persone, un milione all’anno: ora solo circa 650mila all’anno grazie alle terapie, che vanno, però, assunte per tutta la vita.

Forse ricordiamo i personaggi famosi che queste malattie ci hanno portato via, da Freddie Mercury a Rudolf Nureyev, oppure sieropositivi, come il cestista Magic Johnson e l’attore Charlie Sheen. Forse ricordiamo i grandi artisti morti di TBC: Chopin, Pascal, Simone Weil, Pergolesi. La poesia di sublimi artisti ci ha fatto conoscere personaggi come la Silvia di Leopardi e la Mimì della Bohème di Puccini, che ci possono ancor oggi commuovere.

Non possiamo però dimenticare o marginalizzare chi oggi soffre.

Quante meravigliose persone ho conosciuto mentre affrontavano con coraggio l’AIDS! Grazie alla loro audacia, hanno cambiato la propria vita e consolato e ricostruito l’esistenza di tantissimi malati. Ricordo distintamente i loro nomi, i volti e le gesta. Persone che hanno già compiuto il cammino terreno oppure che vivono intensamente l’oggi. Soprattutto ricordo i loro sguardi.

Un amico diceva che la scelta di ogni giorno sta nel come guardo e come vengo guardato. La sfida è sempre lo sguardo che scelgo di avere e da quale sguardo mi lascio interpellare. Soprattutto per quale sguardo vale la pena prendermi cura, lottare e accogliere.

Infatti “Chi crede, vede”. Credere per non dimenticare nessuno.

Esegui l'accesso per Commentare