Le parole che le medaglie non dicono

(Cristina Terribili)

Le Olimpiadi sono un appuntamento atteso un po’ da tutti, sportivi e non: da chi le fa e da chi le guarda comodo in poltrona. Alle Olimpiadi c’è sempre qualcosa che non emerge tra le medaglie ed il susseguirsi delle gare. Non bisogna dimenticare che alle Olimpiadi gli atleti arrivano dopo un numero imprecisato di ore di allenamento, di fatica, di sudore, di ansia per gli anni che passano, e quattro anni prima può non essere affatto uguale che a quattro anni dopo. Arrivare ad un’Olimpiade significa rosicchiare decimi di secondi, misurarsi sempre con se stessi e con gli avversari, significa spingersi ed essere spinti sempre più in là, sempre un centimetro oltre o un secondo meno.

L’edizione di “Tokyo 2020” – seppur disputata nel 2021 – ci ha parlato, com’è giusto che sia, di competizioni, vittorie, record stabiliti, medaglie italiane ed internazionali sognate (e poi vinte), ma la straordinarietà sta anche nelle storie degli atleti che vi hanno partecipato. Perché con le loro storie, tanti atleti, hanno già vinto sempre, tutto, molto di più di una medaglia.

Ha vinto Federica Pellegrini, per esempio: per la sua ultima partecipazione, perché ce l’ha messa tutta per qualificarsi, per essere capitano, per gareggiare ancora una volta. Hanno vinto Federica Cesarini e Valentina Rodini, che per imparare ad andare bene in due sulla canoa si sono rivolte ad un terapeuta: hanno vinto perché hanno saputo mettere da parte la loro individualità per essere due.

Le immagini dei saltatori in alto Tamberi e di Barshim, la loro medaglia dell’amicizia, la capacità di comprendere che si può essere in due a detenere un alloro mondiale, sono già nella storia; ma questi due atleti lo sono anche perché hanno avuto il coraggio di non darsi vinti dopo gli incidenti. Gianmarco ha portato con sé il simbolo della sua paura (il gesso applicato sulla gamba il cui infortunio gli aveva precluso la partecipazioni alle Olimpiadi 2016) e lo ha mostrato a tutti, perché quella paura l’aveva sconfitta.

Anche Vanessa Ferrari ha una storia di rivincite nella ginnastica artistica e a trent’anni può salire sul podio olimpico fiera di ogni sconfitta che l’aveva segnata. C’è poi la storia di Marcell Jacobs, con tutti gli sport che aveva provato fino a trovare la sua strada, la sua corsa, i suoi passi, che per 100 metri sono stati più veloci di tutti.

Ha vinto anche la pugilatrice Irma Testa “Butterfly”, perché ha preso a pugni un destino che poteva essere segnato dalla strada e dai vicoli della criminalità, che soprattutto in certe aree del nostro Paese si incontrano facilmente se si lascia la scuola presto e non si incrocia la persona giusta. Ha vinto Lucilla Boari, contro chi l’aveva presa in giro per il suo aspetto fisico.

Le storie sono tante. Impossibile raccontarle tutte. Ma oltre confine c’è da ricordare la storia di Raven Saunder, medaglia d’argento USA nel lancio del peso, testimonial della “National Suicide Prevention Lifetime”, che conferma in prima persona che dalla depressione si può uscire vincenti in tutti i sensi. Hanno vinto Tahani Alqahtani e Raz Hershko perché sono state capaci di abbracciarsi così come non è mai riuscita a fare la politica e perché l’israeliana Hershko ha reso omaggio al valore della sua rivale saudita. E che dire di Simone Billes, indiscussa numero 1 della Ginnastica Artistica, che si è fermata perché talvolta bisogna poter dire che troppo è troppo, che c’è bisogno di un po’ di spazio, di respirare, per poi ricominciare.

Le Olimpiadi restano quindi un immenso momento di sport per chi vi partecipa, ma anche per chi le segue seduto in poltrona: anche da lì si possono apprezzare le lezioni che vengono da storie personali che possono davvero essere maestre di vita.

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