L’Improbabile battaglia (delle galline)

(Fabrizio Dassano)

Una di queste mattine, sul presto, ho sceso le scale del mio appartamento per andare a lavorare. Nel buio quasi totale ho visto che nottetempo il mio ex vicino aveva lasciato un biglietto vergato a mano. Era da un po’ di tempo che non ricevevo sue nuove. Mi ha parlato del pollaio e delle sue nuove 2 galline che si sono aggiunte al parco pennuti di casa sua (scelta che ha suscitato qualche perplessità nel fan club Brengula & C.).

Era da tempo che desiderava avere una seconda squadra di galline per ricostruire le sue visionarie battaglia campali della storia. Intanto le due galline nere le ha battezzate Tersatto e Cantrida, i nomi di due quartieri storici di Fiume (oggi Rijeka, Croazia) che videro l’occupazione dannunziana. In realtà, mi ha scritto perché voleva studiare la battaglia Karánsebes del 17 settembre 1788 e chiedermi un parere per farla simulare alle proprie galline.

Dunque, quella in questione è una battaglia strana quanto il mio ex vicino: innanzi tutto ci sono molti dubbi che sia stata veramente combattuta e non sia un’enorme “fake news” d’epoca. La seconda questione è che si sarebbe svolta tra soldati del medesimo multietnico esercito asburgico e gli storici la considerano come un gigantesco caso di “fuoco amico”. Durante la guerra turco-austriaca del 1787-91 una forza asburgica di circa 100mila uomini, si era accampata nella città banatina di Karánsebeș (allora Regno Apostolico d’Ungheria e dal 1919 parte della Romania) per attraversare il fiume Timiș. Fu allora che sarebbe avvenuto l’incidente.

L’avanguardia (composta prevalentemente da Ussari) attraversò il fiume per cercare qualche possibile presenza di truppe ottomane: non ne trovò, ma si imbattè in un gruppo di Rom, da cui comprò dei liquori. Poco dopo un reparto di fanteria attraversò il fiume e, imbattutosi negli ussari completamente ubriachi, chiese che fosse dato anche a loro del liquore. Iniziò quindi una rissa, con i cavalieri austriaci che innalzarono delle fortificazioni fittizie. A quel punto i fanti, per far fuggire gli ussari, iniziarono a gridare “I Turchi! I Turchi!”.

Subito il panico si impadronì dei soldati e uno di essi accidentalmente sparò. Lo sparo innestò una reazione a catena; infatti gli ussari e i fanti credevano che i commilitoni fossero dei turchi travestiti da austriaci o da rumeni. Per fermare il caos arrivarono allora gli ufficiali austriaci con la cavalleria, gridando “Halt!”. Le unità romene, a cui si erano unite unità lombarde e slovacche, non capirono il segnale degli ufficiali ed equivocarono “l’Halt!” per un “Allah!” e scambiarono la cavalleria in arrivo per quella turca che aveva iniziato la carica. Ciò non bastando, anche un comandante di corpo d’armata si confuse e ordinò all’artiglieria di aprire il fuoco.

Ogni soldato oramai stava fuggendo sparando a qualsiasi cosa vedesse muoversi; lo stesso imperatore Giuseppe II fu scaraventato dal suo cavallo in un ruscello, pur senza riportare danni degni di nota. Due giorni dopo l’esercito ottomano arrivò sul posto, e vide circa 10mila soldati morti o gravemente feriti, senza che avessero effettivamente mosso alcun attacco bellico.

Al mio ex-vicino ho lasciato scritto che le sue galline non potrebbero mai simulare una battaglia del genere, per due ragioni: sono astemie e non sono così idiote.

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