L’influenza “spaziale” in Piemonte, analogie con la situazione odierna

IL NOSTRO CENTENARIO: IL VIRUS ERA STATO BATTEZZATO “A2 HONG KONG 1969”

(Fabrizio Dassano)

Certamente la diffusione delle notizie sull’epidemia della “influenza spaziale” non ebbe il peso che oggi ha assunto la dimensione del Covid 19 e che ci raggiunge costantemente in ogni minuto oggi. Sporadiche le notizie dell’epoca – seppur non meno allarmanti – sui quotidiani nazionali.

Purtroppo i numeri non furono meno gravi. Alla fine di dicembre del 1969 duecentomila torinesi erano a letto con l’influenza. Gli ospedali ricoveravano soltanto quelli già colpiti dalle complicazioni di natura polmonare, e la situazione era drammatica. Le ambulanze della Croce Rossa, della Croce Verde e del Comune di Torino effettuavano una media di 270 ricoveri quotidiani, dei quali 160 per le complicazioni bronco-polmonari. Quasi tutti erano trasportati e ricoverati agli ospedali delle Molinette o al Mauriziano o ancora al San Luigi.

A Novara c’erano trentamila persone a letto, quarantamila ad Asti e gli 800 posti letto dell’ospedale da tempo erano esauriti, gli antibiotici scarseggiavano e le farmacie raddoppiavano i turni di lavoro. Ad Alessandria la situazione era altrettanto preoccupante: le salme dei deceduti dovevano attendere giorni e giorni prima di essere tumulate per l’inadeguatezza del numero di necrofori e pompe funebri esistenti. Ad Aosta duemila persone erano infette e la mortalità rispetto l’anno precedente era aumentata del 30% con una punta massima di ricoveri di 510 malati.

A Roma si era raggiunto il numero di 300 decessi dall’inizio dell’epidemia influenzale. L’OMS comunicava che l’epidemia non accennava ad attenuarsi e dall’Italia, come oggi, raggiungeva gli altri stati d’Europa.

Il virus era stato battezzato “A2 Hong Kong 1969” e stava raggiungendo la Spagna, con focolai nelle principali città, e anche Copenaghen, Londra, Vienna e Lione. In Italia si era registrata una media di 10 morti ogni 100.000 abitanti. Erano altri tempi, nessun intervento fu preso in Italia come in Europa, salvo registrare le assenze nelle scuole del 10% della popolazione scolastica e l’intera Squadra Mobile della Polizia di Torino, costretta a letto.

Il nostro giornale rispecchiò la sporadicità delle notizie apparse sui cinegiornali dell’Istituto Luce e della stampa nazionale quotidiana, con due articoli: il primo, molto precoce, apparve il 15 maggio 1969 dal titolo “Per combattere la febbre bisogna mangiare e bere, la parola del medico” in cui si spiegava che il sistema di riscaldamento dell’organismo umano “è simile a quello di una casa e quando produce più calore di quanto non ne elimini, si verifica la febbre. È il sintomo più chiaro che un tessuto o un organo sono stati danneggiati e il corpo reagisce con una infiammazione per liberarsi dall’infezione.”

Poi si passava a illustrare le tecniche della misurazione della febbre: ”Misurare la febbre, nonostante sia un rito molto comune, non viene sempre fatto con le dovute prescrizioni. Il termometro deve essere sterilizzato con l’alcool ogni volta che viene usato. È bene poi sciacquarlo con acqua fredda e scuoterlo per far scendere il mercurio sotto i 35 gradi. Il termometro per provare la temperatura orale va tenuto sotto la lingua, con la bocca chiusa, almeno per tre minuti. Il termometro rettale deve essere prima lubrificato e inserito per tre-cinque minuti fino alla linea 37 al paziente disteso su un fianco” .

Dopo una disamina sulle varie differenti temperature registrate in diverse parti del corpo, passava a due indicazioni: “Due accorgimenti rivoluzionari per fare abbassare la febbre consistono nel mantenere attivo il ricambio dei liquidi dato che si perde molta acqua col sudore e con l’evaporazione attraverso la respirazione, e nell’ingerire molti cibi, perché la febbre alta consuma rapidamente le riserve di proteine, grassi e carboidrati”.

Il secondo, uno molto più specifico sul caso, veniva pubblicato l’8 gennaio 1970, firmato dal medico Lorenzo Ridolo, e si intitolava: “Le due insidie della spaziale: gli anziani e i falsi guariti”. Nel testo si eicapitolava l’insorgere del virus A2 Hong-Kong ai primi di dicembre del 1969 e il suo attenuarsi, perché “la massa è stata quasi al completo contagiata ed ha superato la malattia. Donde provenga la influenza è un quesito dei più difficili: si fa presto a parlare di Cina e di Hong Kong, del Centro Africa o del Sud-America, in realtà si conosce solo il modo di propagazione, le goccioline di saliva espulse con la tosse e trasportate con l’aria: vettore principale, l’uomo. Ma circa la vera origine, se ne parla come di un male oscuro: forse il virus alberga in portatori sani che lo cedono soltanto quando la stagione è propizia all’attecchire del germe. Forse vive negli stessi animali domestici (non si dimentichi che cani e gatti si ammalano di influenza). Il problema del sano è quello di non ammalarsi; e il miglior mezzo per ciò è quello di vaccinarsi. (…) Il problema degli ammalati riguarda non tanto la grippe (l’influenza, in francese) in sé, ma la possibilità di instaurarsi delle complicazioni, dato che l’abbassamento delle resistenze favorisce le associazioni per delinquere di altri germi: da cui le tenaci bronchiti e i non rari focolai broncopolmonari. Infine, ed è forse il capitolo più interessante, dato che le ricadute sono frequenti, occorre ricordare che purtroppo abbiamo un dopo-influenza.”

Il dottor Ridolo spiegava che anche la convalescenza faceva parte della malattia con le febbriciattole residue e le tossi: “(…) darò una tiratina d’orecchie agli anziani. Non verrà mai sufficientemente raccomandato a coloro che si credono ancora giovani che il dopo-influenza va rigorosamente rispettato: cuore e vasi di una certa età non offrono ormai le possibilità di recupero, prezioso appannaggio del tempo che fu. Per questi nostri cari occorre un periodo di assoluto riposo.”

Così chiudeva l’interessante articolo il dottor Ridolo: “Par di leggere una fiaba d’altri tempi, quando nel vecchio testo sulle malattie infettive – parlo di trent’anni fa, in un’epoca in cui non esistevano gli antibiotici – si leggeva: «Cureranno i convalescenti di scegliersi un luogo di riposo piuttosto tranquillo, meglio se di clima lacustre o marino: ivi passeranno un lungo periodo di calma fin quando la depressione fisica o psichica saranno scomparse».

Oggi sorridiamo pensando alla serie di medicinali di cui disponiamo, nuovi di zecca: eppure sarà forse per trascuratezza, l’epidemia è stata veramente funesta. E non doveva esserlo.”

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