Meno comunicativi o meno curiosi?

(Susanna Porrino)

C’è che dice che, con l’arrivo della tecnologia e l’abbandono di pratiche quali la lettura e lo studio approfondito e appassionato, abbiamo perso la capacità di relazionarci con i nostri simili. Si pensa che gli spazi ridotti previsti dai social, l’immediatezza e la superficialità del mondo moderno abbiano in qualche modo intaccato la nostra abilità di usare la parola per esprimere noi stessi e rapportarci con gli altri.

Ciò non è completamente vero. Non abbiamo mai disimparato a comunicare; l’avvento dei social media ha semplicemente cambiato la forma della nostra espressione. Abbiamo disimparato, piuttosto, a comunicare (linguisticamente e concettualmente) con realtà diverse dalla nostra, con nuove forme di linguaggio, con altre scuole di pensiero.

La scrittura giornalistica si è dovuta adattare ad un tipo di espressività tipica della scrittura mediatica: frasi brevi e concetti impattanti, perché su queste modalità di comunicazione si formano oggi le nuove generazioni, e si mostrano incapaci di acquisirne altre.

Esiste tutta una enorme componente del mercato delle serie televisive che riscuote un enorme successo, pur raccontando storie fondamentalmente basate sul nulla, limitandosi a riportare la quotidianità, enfatizzandone gli elementi più critici o ironici. È il caso principalmente delle sitcom, ma anche di alcuni programmi che solo apparentemente presentano una trama e una struttura più complesse e definite. Hanno successo perché abbiamo bisogno di vedere ovunque intorno a noi proiezioni della realtà in cui viviamo, perché è rimasto l’unico tipo di realtà che siamo interessati a conoscere.

Non ricerchiamo ciò che possa stupirci o cambiare il nostro modo di vedere il mondo, ma ciò che ci permetta di rispecchiarci e crogiolarci in una rappresentazione di noi stessi e della nostra vita che ci faccia sentire meno soli, privi delle parole e dei linguaggi di cui avremmo bisogno per rappresentarlo da noi.

Ho avuto modo di seguire un corso, offerto da un’università italiana, sull’Insegnamento delle lingue moderne in Italia, uno dei punti principali della comunicazione odierna.

Mi ha sorpreso la delicatezza e la diffidenza con cui si cerca di introdurre i ragazzi ad una dimensione così complessa ed estesa, tentando in tutti i modi di ridurla alla semplicità e alla naturalezza e spogliandola così della vitalità e della flessibilità che invece le sono propri (e i risultati di questo atteggiamento sono sotto i nostri occhi): l’obiettivo non è quello di aprire i ragazzi ad una prospettiva internazionale, ma al contrario aprire uno stretto varco entro cui le lingue e le culture straniere riescano in qualche modo ad adattarsi alle strutture e alle costruzioni mentali che i ragazzi italiani già possiedono.

A regnare è la paura paralizzante di spaventare gli studenti di fronte alla vastità di lingue e culture che si dipanano di fronte a loro entro confini non racchiudibili in un paio d’ore di lingua settimanali; il tentativo di farli sentire sicuri e protetti da ciò che non conoscono ponendo una distanza rispetto a ciò che non sanno significa forse permettere di avere un assaggio delle componenti più elementari e basiche della materia, ma non consente di coltivare l’aspirazione a raggiungere un obiettivo grande e complesso, che invece è ciò che nutre e alimenta la motivazione.

Nel momento in cui veniamo al mondo siamo investiti da una quantità di stimoli e novità che come adulti non saremmo mai in grado di gestire; eppure, proprio questa vastità ci induce ad attivarci, a scoprire, a imparare meglio e più velocemente di quanto non saremo in grado di fare nel resto della vita, quando gli stimoli diminuiranno e l’apprendimento non sarà un elemento chiave per la sopravvivenza. Perché la nostra curiosità venga attivata abbiamo bisogno di essere posti ogni volta di fronte alla varietà e all’ampiezza di tutto ciò che ci circonda e alla possibilità di prenderne parte, per poter autonomamente scegliere cosa perseguire e imparare e diventare in questo modo sempre più desiderosi di conoscere e scoprire.

Illudere gli studenti che a scuola potranno imparare tutto ciò che c’è da sapere significa formare delle menti limitate e chiuse a qualunque desiderio di ricerca.

Porli invece di fronte alla vastità di quel patrimonio di conoscenze a cui non è ancora stato possibile accedere, anche incoraggiandoli a muovere da sé alcuni passi, non significa sminuirne la motivazione, ma anzi vorrebbe dire impegnarsi a consegnare loro non solo le nozioni ma anche gli strumenti utili ad acquisire una sempre maggiore autonomia, che, viste anche le limitazioni con cui la scuola italiana deve fare i conti in questi mesi, non potrebbe che tornare utile.

 

 

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