Non lasciare “senza voce” le donne vittime di violenza: qualcosa è stato fatto, molto (troppo) resta da fare

(Cristina Terribili)

Non è facile trovare nuove parole, esprimere pensieri e concetti diversi su un tema sempre tanto attuale e sempre tanto brutale. La violenza sulle donne rimane un’emergenza: se tanto si fa a contrasto di questo ignobile fenomeno, tanto ancora si deve fare.

Forse una dimostrazione del tanto lavoro ancora da svolgere viene – purtroppo – dal Parlamento; martedì la Ministra per le Pari Opportunità, Elena Bonetti, ha discusso una mozione contro la violenza sulle donne davanti a 8 deputati su 630; praticamente sola! Difficile quindi dire che sia cresciuta la sensibilità del mondo “civile”, ma vogliamo essere positivi perché comunque tanta gente “comune” si è impegnata su questo fronte.

È cresciuta la formazione del personale, all’interno delle forze di sicurezza e dei sanitari, favorendo un’accoglienza specifica e accurata della donna vittima di violenza. Movimenti di persone che denunciano soprusi a danno delle donne stanno crescendo in tutto il mondo e sempre più le donne denunciano, trovano riparo e si aprono alla possibilità di avviarsi verso una nuova vita. Purtroppo però le donne che cadono vittima di chi millanta di amarle, sono ancora troppe, perché anche una sola donna uccisa è già di troppo.

Provo dunque a mettere l’accento su due fatti che, a mio avviso, sono attuali: il primo riguarda un femminicidio commesso da un “orfano speciale”, figlio di una vittima di femminicidio; il secondo, estremamente positivo, è l’istituzione e la diffusione, in molte regioni italiane, del “reddito di libertà”.

Da alcuni anni si pone l’attenzione ai figli della famiglia o della coppia in cui avviene un femminicidio; bambini o giovani adulti che perdono, in un istante, entrambi i genitori, che spesso hanno assistito ad esperienze traumatiche secondarie, vedendo o ascoltando la violenza commessa a danno della madre, che si ritrovano a dover fare i conti con una tutela molto limitata e con percorsi di cura non sempre accessibili. I figli di donne vittime di violenza sono vittime a livello esponenziale, perché a loro è mancato tutto: un sistema di protezione, la possibilità di sentirsi al sicuro da un genitore che non ama e tutela la propria famiglia, l’essere stati ripetutamente esposti a situazioni e a realtà difficili da elaborare…

Se poi non cadono essi stessi vittime del progetto omicida dell’uomo (padre o convivente della madre), cadono comunque sotto una coltre di silenzio, di annullamento della memoria invece che essere avviati verso un processo di rielaborazione teso a ricucire quegli strappi che la condizione di gelosia, del possesso, della distorsione nella quale sono vissuti e cresciuti, inevitabilmente portano. Chissà se proprio per questo evento le istituzioni non decidano di fare un passo avanti nella presa in carico, globale e delicatissima, di chi sopravvive al femminicidio.

Per quanto riguarda invece il “reddito di libertà”, si è partiti dalla consapevolezza che la mancanza di un’indipendenza economica è uno degli elementi che sostiene e incrementa la violenza domestica. Non si può pensare che le donne che arrivano a denunciare si possano poi sobbarcare anche dell’onere di una vita priva di quelle risorse minime a garantire la sopravvivenza. Attraverso un accordo tra le Regioni e l’Inps, viene erogato un massimo di 400 euro, cumulabili con il reddito di cittadinanza, per un periodo di dodici mesi.

Questo aiuto, che viene riconosciuto solo con un’istanza da parte della donna e sostenuta dai servizi sociali che ne riconoscono la condizione di particolare vulnerabilità, vuole favorire l’indipendenza economica. Ovviamente l’indipendenza economica va sostenuta anche attraverso un percorso di consapevolezza e di affrancamento dalla condizione di vittima di violenza, e per questo accanto alla domanda di contributo deve essere presentato anche un percorso personalizzato di autonomia redatto da un centro antiviolenza.

L’obiettivo generale resta comunque quello di arrivare a che il 100% delle donne denuncino le violenze subite e per tutte le donne ancora “senza voce” bisogna continuare a parlare per garantire aiuti e sostegni.

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