Non solo a Milano ci sono i navigli: Ivrea e Vercelli ne condividono uno, nato per le barche del sale e delle derrate, usato per irrigare il riso

(Fabrizio Dassano)

La Dora Baltea a Ivrea ha una storia lunga e articolata, variabile anche nel suo corso; nei tempi mutò aspetto e direzione rispetto a quello che siamo abituati a vedere oggi. I recenti lavori di ripristino della opere di presa del Naviglio (foto a fianco) (dopo i danni dell’ultima piena dello scorso ottobre, ben visibili dal Lungo Dora cittadino), ha impegnato squadre di operai e macchine movimento terra per colmare le voragini che si erano create nella diga-sfioratorio e a rinforzare i pali che impediscono ai detriti di entrare all’imboccatura del Naviglio, canale artificiale che dopo quasi 77 chilometri si getta nel Sesia a Vercelli.

I recenti lavori sono l’occasione per fare il punto sulla storia moderna di quest’opera. Con l’avvento del riso, dal XIV secolo furono costruiti canali di piccola portata dai Comuni, e questi canali formano ancora la rete più antica della zona tra Canavese orientale e Vercellese che diede i benefici alla pianticella venuta dalla Cina. Già nel 1448 il duca Ludovico di Savoia concesse a due suoi sudditi di derivare, a sinistra del torrente Cervo a Buronzo, una roggia detta Molinara di Balocco, per l’irrigazione delle terre di Balocco e Villarboit.

Le grandi opere idrauliche furono approntate fra il XV e il XVI secolo, nel periodo della diffusione del riso. La presenza di grandi proprietà, feudali ed ecclesiastiche, facilitarono e favorirono direttamente la loro costruzione e il relativo possesso. La tradizione fa risalire ai monaci cistercensi di Lucedio il merito di aver introdotto e diffuso la coltura del riso nella loro abbazia e in tutto il Vercellese. È attribuibile al loro intervento la costruzione di uno dei canali fondamentali per l’agricoltura vercellese, il canale del Rotto. Infatti una violenta piena del fiume Dora Baltea, che aveva esondato verso Saluggia, fu definita all’epoca “Rotto”.

I Marchesi del Monferrato ne approfittarono per costruire il “canale del Rotto”. In quegli anni l’abbazia di Lucedio era sotto il potere dei Marchesi del Monferrato e i monaci intervennero nella costruzione, garantendosi i due terzi della proprietà e godendo in modo privilegiato dell’acqua per le loro risaie. Dal canale del Rotto vennero in seguito derivati altri canali minori (Naviletto della Camera presso Saluggia e i canali di Livorno e Bianzè presso S. Giacomo.

Ma la più grande opera fu un canale importante per il Vercellese, che nei secoli sarà oggetto di alterne vicende: il Naviglio di Ivrea. Nel 1448 per opera di Amedeo VIII fu intrapresa la costruzione di un canale navigabile per unire Ivrea e Vercelli; i lavori vennero abbandonati da Amedeo IX, che nel 1466 diede la concessione alla sua consorte, per il canale che dalla Dora Baltea scendesse verso Cigliano, Villareggia, Moncrivello, Borgo d’Ale, Santhià, Tronzano e poi verso Vercelli. Il progetto presentava la difficoltà di aggirare le colline moreniche di Masino e Moncrivello che chiudono ad est il Canavese e lo scarso dislivello del terreno lungo il percorso del canale. Entrambe furono poi superate.

I lavori di costruzione iniziarono nel 1468 sotto il governo di Jolanda di Savoia, la moglie del beato Amedeo IX, grazie al contributo dei signori e delle comunità attraversate dal canale, che fornirono gratuitamente le terre destinate al passaggio e la mano d’opera. Il primo tratto del Naviglio fu terminato nel 1471. I lavori furono sospesi a causa di alcuni dissidi sorti con il Marchese di Monferrato, che voleva usufruire dell’acqua che attraversava le sue terre, riducendo la portata del canale, ostacolando la navigazione delle barche. I lavori terminarono nel 1474: a Vercelli il Naviglio entrava in città e dopo la banchina finiva nel torrente Cuvetto che a sua volta scaricava nella Sesia.

Il regime nivo-glaciale della Dora Baltea (unico in Italia) non fu propizio al Naviglio d’Ivrea per la sua difficile manutenzione, che vediamo ripetuta nei nostri giorni per la rottura delle opere di presa delle acque: la violenza delle piene con i suoi danni e il costante insabbiamento dell’imbocco del canale, lo destinarono dopo pochi anni alla sola irrigazione, assolvendo per poco alla funzione di canale navigabile per cui era stato concepito, e cioè al trasporto delle derrate e del sale tra Ivrea e Vercelli. Dato il carattere torrentizio del fiume Dora, il letto del Naviglio era ed è soggetto a continui insabbiamenti.

La vulgata eporediese vorrebbe il canale opera di Leonardo da Vinci, ma calcolatrice alla mano, a quei tempi il genio toscano aveva solo 16 anni ed era garzone nelle bottega di Andrea del Verrocchio a Firenze.

Il primo biografo contemporaneo che si occupò di Leonardo da Vinci fu Edmondo Solmi (1874-1912, nella foto), storico di calibro internazionale, lodato da Sigmund Freud per il suo ritratto unico e completo che fece di Leonardo. Solmi nel suo libro Scritti vinciani, alla ricerca delle tracce del genio toscano, parla anche di Leonardo a Ivrea: “L’unica terra del Piemonte, dove la presenza di Leonardo risulta dimostrabile in modo sicuro è Ivrea (…). Due sono gli argomenti che provano il nostro asserto: 1) un disegno di Leonardo accuratissimo di una chiusa di scarico e di un ponte per un canale con la nota autografa scritta da destra a sinistra: Navilio d’Ivrea, facto dal fiume della Doira. Il gran peso della barca, che passa per il fiume, sostenuto dall’arco del ponte, non cresce peso ad esso ponte, perché la barca pesa di punto quanto è il peso dell’acqua, che tal barca caccia del suo sito. 2) una nota rapida, pure autografa di Leonardo, intorno ai picchi montuosi che si incontrano sulla strada che da Ivrea va ad Aosta, che dice: montagnie d’Ivrea, nella sua parte silvagia, producie di verso tramontana. Tanto il disegno della chiusa di scarico del Naviglio d’Ivrea quanto la nota sulle montagne d’Ivrea, con la loro accuratezza ed evidenza, si palesano fatti direttamente sul posto, e non possono in alcun modo considerarsi come notizia di seconda mano.

Si sa quanto grande studio il Vinci abbia posto ai lavori di ingegneria idraulica, e come l’animo dell’artista fosse aperto alla contemplazione delle bellezze della natura.” Solmi continua sul soggiorno milanese di Leonardo di quel periodo in cui fu attratto dalla grandiosità della rete idraulica che aveva rivoluzionato l’agricoltura e nel 1498, quando Ludovico il Moro lo nominò ingegnere camerale, il suo interesse divenne professione. Ebbe ufficio per la cura dei fiumi, dei navigli, delle muzze, dei fossi e di altre acque che da essi derivano e quindi per riparare le rive, canali, bocche per la sistemazione e manutenzione della rete idraulica del novarese. Fino all’anno successivo Leonardo si occupò della Roggia Mora, il Naviglio sforzesco e la Roggia Rizza Biraga, e percorreva il Canavese e il Vercellese tra la Dora Baltea e la Sesia, tra il Ticino e il Po, occupandosi della Roggia Gattinara e anche del canale del Rotto sopracitato.

Ma torniamo all’Ivrea d’oggi. Se andiamo a controllare la presa del Naviglio e lo confrontiamo con il disegno di Leonardo, oltre allo scolmatore a monte del Molino Oderio, e allo scarico del mulino medesimo a valle di esso, non vi è più quel canale soprapassato dal Naviglio di Ivrea, come disegnava Leonardo nel 1489 (o nel 1499 secondo un dubbio del Solmi) e che lo fece riflettere sul teorema di Archimede sul peso della barca sul ponte ad arco. Neppure nella carta d’Ivrea del Borgonio (1669-71) vi è qualche cosa che faccia pensare ad un doppio ponte per l’intersezione di due canali. Quel fosso più profondo rispetto al Naviglio e che corre ancora oggi lungo il muro del mulino e lungo il cimitero potrebbe essere la chiave del mistero?

Potrebbe essere il fosso emissario del Lago di Città che dopo aver bordeggiato le mura orientali d’Ivrea finiva nella Dora Baltea? Nel 1559 complice la situazione politica, il Naviglio fu abbandonato. E nel 1564 ci fu un tentativo di riattivazione e nel 1651 lo acquistò il marchese di Pianezza rimettendolo in funzione per l’irrigazione. Nel 1820 passò al regio demanio e un modello in legno del medesimo fu presentato alla grande esposizione Internazionale di Torino del 1911. Con i lavori odierni che hanno determinato il prosciugamento del canale, possiamo anche ammirare il gran numero di detriti che occupa il letto del canale.

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