Foto di Lorenzo Iorfino

Questa settimana sono salito apposta da Roma a Sordevolo per assistere alla data zero di “Orbit Orbit”, il nuovo tour di Caparezza. Per chi segue questa rubrica non sarà una sorpresa perché ne ho già scritto e Caparezza è uno dei miei artisti preferiti. Lo considero uno dei pochi autori contemporanei capaci di coniugare ricerca musicale, profondità testuale, ironia e spettacolo. Non condivido ogni sua posizione, ma questo non toglie nulla alla statura dell’artista. Anzi, forse è proprio il segno della sua grandezza.

Aspettavo questo concerto da quattro anni. Caparezza non pubblica dischi per inseguire il mercato o alimentare algoritmi. Torna quando ha qualcosa da raccontare. E ogni volta l’attesa diventa parte dell’esperienza. Ero stato anche agli ultimi due tour, entrambi a Torino. Quattro anni fa e otto anni fa. Per questo l’anfiteatro Giovanni Paolo II di Sordevolo gremito di persone aveva il sapore di un appuntamento atteso a lungo.

Del concerto, però, voglio raccontare poco. Me lo sono goduto fino in fondo, insieme a mia sorella, e preferisco conservarne il ricordo. C’è invece un dettaglio che mi ha colpito profondamente. Durante le canzoni più celebri e durante quelle nuove, quasi nessuno aveva lo smartphone alzato, attivo per foto e video. Nessuno. Qualche rara eccezione, ma davvero poche. Le persone cantavano, applaudivano, saltavano. Erano lì.

È l’esatto contrario dell’immagine che spesso vediamo sui social: platee illuminate dagli schermi, centinaia di persone impegnate a registrare qualcosa che forse non riguarderanno mai più. Esserci per condividere. A Sordevolo ho visto un pubblico diverso. Un pubblico che conosceva ogni parola, che aveva aspettato anni e che non sentiva il bisogno di dimostrare nulla.

Qualche giorno fa Papa Leone XIV, incontrando i ragazzi del centro estivo in Vaticano, ha detto una cosa semplice e preziosa: “Dio non vuole guardare il telefonino: Dio vuole guardare i nostri cuori”. Al di là del contesto religioso, c’è una verità universale. La vita accade mentre la viviamo, non mentre la archiviamo.

Di quel concerto ho una sola fotografia. E va benissimo così. Non potrò documentare ogni emozione, ma potrò raccontarla. Mi sono commosso, ho cantato fino a perdere la voce, ho condiviso un’esperienza speciale con mia sorella, una delle prime, che pure, da adolescente, ha tenuto il telefono quasi sempre in tasca. Forse perché certe atmosfere invitano a essere presenti.
Viviamo in un tempo che ci spinge a condividere tutto. Ma alcuni momenti meritano di restare soltanto nostri. Da custodire nella memoria, non nella galleria dello smartphone. E a dirlo, questa volta, è un fotografo.