Obbedienza e…

Obbediamo fermamente agli ordini impartiti dalle autorità preposte che hanno fatto le loro scelte strategiche per combattere il Covid-19, per limitarne i contagi e uscire dall’emergenza.

I furbetti non hanno spazio nel nostro pensiero. E questo deve essere assolutamente chiaro. Si può e si deve obbedire anche quando la cura imposta sembrerebbe poco convincente perché considerata peggiore della malattia. Sullo scacchiere internazionale diversi Paesi hanno adottato approcci differenti, soprattutto in ambito di limitazioni delle libertà (c’è chi ha stretto di più e chi di meno), della comunicazione (chi l’ha voluta più istituzionale, rassicurante, trasparente, coinvolgente e chi più social, più cruda, del detto e non detto, più autoritaria) e in ambito del “da farsi”, non solo per sconfiggere il virus oggi, ma per uscire con le ossa meno rotte possibile dalla crisi economica che già c’è, e ancor più ci sarà nei mesi a venire.

Sulle spalle del cittadino è riversato tutto il peso dei diversi ambiti di questa crisi che il Covid-19 ha portato con sé. Colpevolizzare il cittadino pare una strategia per controllare che la pazienza di un popolo non si trasformi in rabbia e frustrazione, evitando a chi è, (o è stato) responsabile, di fare autocritica, per esempio, sul disfacimento di un sistema sanitario italiano, che solo fino a un decennio fa era tra i migliori al mondo, e che oggi ha subito tagli supermiliardari, ridotto il personale e i posti letto ed è ossessionato dal pareggio di bilancio.

“Il diritto alla salute – ce l’hanno ripetuto a iosa in questi giorni – sta sopra ad ogni altra cosa”, anche alle libertà che sono state ristrette come una maglia di lana in lavatrice a 90 gradi.

Certo, la libertà dovrebbe andare di pari passo con la responsabilità, che purtroppo non abbiamo visto di così alto livello tra alcuni cittadini, giustificando in questo modo l’instaurazione di uno “stato-polizia” per chissà quanto tempo, che è passato attraverso quattro versioni di autocertificazione, necessaria persino quando cammini a piedi.

Qualcuno si chiede se il cittadino ci capisce ancora qualcosa. Quanto e come l’imprenditore ha capito se doveva tenere aperto o chiudere. E qual è il margine di discrezionalità dei controllori tra quello che si può e non si può fare e nella contorta elencazione dei codici Ateco o nella lista tra attività indispensabili o meno.

Al concetto di libertà e responsabilità varrebbe la pena anche associare quello di solidarietà, spostando l’attenzione dalla individualità alla collettività e quindi dalla supremazia dei diritti rispetto ai doveri e per salvaguardare, anzi per rinnovare, il concetto di libertà dopo l’emergenza Covid-19. Già, perché c’è chi non è poi così sicuro che certe limitazioni della libertà che hanno funzionato in tempo di emergenza non possano anche servire in tempi normali.

Fare un passo indietro dopo aver provato una tale ricetta potrebbe non essere così scontato e facile. Si stanno piano piano (non solo a causa del Covid-19) erodendo dei diritti fondamentali acquisiti? Quando tutto sarà finito bisognerà ragionare anche su quelle che sono le effettive limitazioni della libertà intervenute negli ultimi dieci anni, e sarà forse necessario arrivare ad un contemperamento degli interessi.

Secondo l’OMS la salute è “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o infermità”. Una definizione che risale al 1948 e per raggiungere questo benessere la persona deve poter soddisfare i propri bisogni, realizzare le proprie aspirazioni ecc… Il godere della propria libertà è certamente un elemento che lo fa stare bene con se stesso e con gli altri.

Limitare le libertà potrebbe rivelarsi, soprattutto per lunghi periodi – o per periodi che sembrano indefiniti come gli attuali sui quali è sceso il silenzio – un problema di tenuta del benessere psicofisico. Ma anche economia e salute sono strettamente legate tra di loro. Ci sarà pure una ragione se in questa crisi si stanno muovendo anche i servizi di consulenza psicologica personale o telefonica. Soprattutto quando non si vede la fine, quando i limiti vengono silenziosamente fatti slittare in avanti, quando le chiusure e l’azzeramento degli incassi non trovano risposte rassicuranti e i risparmi si assottigliano rapidamente, quando anche la corsetta diventa un problema che col rilassamento non ha più niente a che fare. La resistenza in certe situazioni non è scontata come non può essere scontato che tutto ciò sia tenuto in piedi da “semplici” decreti. Più i tempi si allungano, più difficile sarà restare in casa e più sarà l’occasione per misure coercitive in una spirale di cui non si vede la fine. E con esse il disastro sociale ed economico che ne deriverà.

Chiediamoci se difenderci dal virus è sufficiente. Il calcio e non solo, insegna che per vincere non basta la difesa, ci vuole l’attacco. L’isolamento, ci dicono gli esperti, e le altre misure di distanziamento sociale sono utili ma sono solo difensive. Dov’è l’attacco al virus? Nel test a ogni caso sospetto, nell’isolare e prendere in carico i positivi, nel ricercare e mettere in quarantena chi è stato a contatto con casi positivi. E ovviamente arrivare al vaccino.

Oggi piangiamo centinaia di operatori sanitari deceduti; fino al 21 febbraio furono in contatto con qualunque paziente perché la Cina era lontana e con essa anche il virus, dopo il 21 febbraio (data del primo caso in Italia, a Codogno) perché non era stata data a loro la priorità per avere di che proteggersi, arrivando al paradosso che chi doveva curare era malato e infettava.

Non si può non riconoscere che questa situazione sanitaria è inedita e gli errori sono inevitabili. E quella economica? Secondo il Presidente Trump che ha stanziato per la ripresa economica due trilioni di dollari “si perdono più persone mettendo un Paese in recessione” a cui ha risposto Bill Gates dicendo che Trump “pensa solo al PIL”.

E nel nostro Paese a cosa pensiamo? Che non sarà facile uscirne e riprendere il volo, i tempi – ci dicono – saranno lunghi; sul volto di professionisti, commercianti, imprenditori si legge solo una grande incertezza perché se non si lavora e produce non si mangia e non si pagano neppure le tasse per avere servizi efficienti ed efficaci, grippando così tutto il motore dell’economia.

Lascia una recensione

  Subscribe  
Notificami