Odilla Peroni di Banchette finalista al premio Città di Empoli “Domenico Rea” – Il racconto finalista per i lettori del nostro giornale

(fabrizio dassano)

Con il racconto breve “C’era una volta”, Odilla Peroni di Banchette è entrata come finalista al 19° Premio Città di Empoli “Domenico Rea”, patrocinato dal circolo Poeti e scrittori Ibiskos Uliveri.

Quello di Odilla è stato un esordio in sordina: nel 2011 durante la presentazione del libro autobiografico di Pierangelo Fornelli “Diario di un ex internato in Germania” (Baima, Rochetti & C. Castellamonte) in Sala Dorata presso Palazzo civico a Ivrea, aveva letto la poesia “Un cuore libero”. Era dedicata alla tragedia del terremoto di Haiti del 2010 e così Odilla ci spiega: “Pierangelo Fornelli volle destinare i proventi del libro  per una consistente offerta alla Fondazione Francesca Rava, gli tornava in mente quanto avesse patito lui la fame in Germania durante la Seconda Guerra Mondiale e tutti quei bambini affamati che le tivù mostravano lo avevano convinto a muovere quel passo. Io personalmente ho sempre amato le poesie, i racconti e le filastrocche per via di una vocazione, di una sorta di “poetica familiare” legata alle grandi capacità narrative di mia mamma, Ampelia (dal greco Ampelos) Busnardo originaria di Marostica: inventava storie che spesso erano poi le storie della nostra famiglia e dei conoscenti in tempi difficili, personaggi che entravano in quel lessico familiare. Da lei ho ereditato il gusto della poesia, della narrazione e della rima, sia in veneto che in italiano. Ma fino ad un certo punto della mia vita mi sentivo troppo pudica nel divulgare, mi vergognavo quasi e, dopo aver scritto, limato e corretto, stracciavo tutto; poi ho iniziato a recitare in seno alla mia famiglia durante i convivi, ricordando ai giovani questi vecchi ricordi”.

Nel 2000 Odilla partecipa ad un concorso bandito dal settimanale “Famiglia Cristiana” con un racconto derivato da una favola di sua madre: “Il grappolo d’Uva” e vince in premio una prestigiosa bambola in ceramica di Thun, Nel 2010 pubblica la poesia “Come acqua” nell’antologia Montedit.

Nel 2014 pubblica in proprio, solo per la famiglia e le conoscenze più vicine: “Poesie e Racconti”, volume curato dal giornalista Franco Farnè.

 

L’autrice ha concesso al Risveglio Popolare la pubblicazione del racconto finalista:

C’ERA UNA VOLTA…

Andare indietro negli anni, ricordare….

Tantissimo tempo è trascorso da allora, quand’ero piccola.

Talvolta mi affiorano alla mente i racconti della Mamma, episodi di quando lei stessa era bambina, oltre un secolo fa.

Mia Mamma aveva allora un’amica carissima, Maria P….una delle tre sorelline, orfane di papà, che vivevano con la mamma e la nonna.

Il sostentamento di quella famiglia era dato dalla lavorazione della paglia, perché all’epoca, le fabbriche di cappelli distribuivano alle donne del paese dei pacchi di paglia di varie dimensioni per la formazione di trecce che avveniva nelle case, dando la possibilità alle mamme di accudire alle faccende domestiche e di occuparsi della famiglia.

A Marostica, nei primi anni del ventesimo secolo, era fiorente l’industria della paglia: Nelle fabbriche si confezionavano cappelli da uomo, vezzosi cappellini da signora arricchiti da fiori, gale, piumaggi colorati.

Certamente quel tipo di lavoro, non svolto a tempo pieno, serviva a malapena a sbarcare il lunario. La famiglia P… non se la passava di certo bene e mia Mamma, alla cui famiglia non mancava il necessario, era una bambina generosa: attraverso la recinzione che divideva i due cortili, la bimba faceva passare tutto ciò che riteneva utile alle amiche: pasta, zucchero, frutta, ortaggi, pezzi di legna da ardere.

Un giorno mia Mamma raccontò un episodio che mi fece tremare di raccapriccio.

Le sue amiche, avvicinandosi il Natale, avevano deciso di costruire un albero con mezzi  di fortuna. Fu così che un vecchio ombrello, privo di tela, divenne un albero al quale    appendere nastrini di carta colorata. Nel trambusto dei preparativi successe il disastro: una stecca arrugginita dell’ombrello si conficcò nell’occhio della bimba più piccola, Adele. Con grande sgomento della famiglia,la bambina restò priva di un occhio; alla povertà si          aggiunse la disgrazia!

Però, trascorrendo il tempo, l fatto che alla bimba mancasse un occhio fu motivo di canzonatura da parte delle sorelle che la minchionavano “Orba! Orbona!

Nonostante le privazioni, avevano spirito di sopravvivenza, tanto è vero che la maggiore  delle sorelle, Rina, sacrificò i suoi lunghi capelli per avere del denaro in cambio.

Ai tempi dei tempi, la pulizia dei capelli avveniva con la petrolina che si acquistava in farmacia, ma le sorelle non potevano permettersi quel lusso e quindi pulivano la loro capigliatura con il petrolio, irrobustendola a poco prezzo.

Rina era piccola di statura, ma era provvista di una lunga e folta chioma corvina che arrivava al fondo schiena e che lei acconciava in due grosse trecce avvolte attorno alla testa.

Una vera ricchezza! avrà senz’altro pensato la ragazzina quando non esitò a vendere le sue trecce al parrucchiere per trasformarle in moneta sonante che servì a sostentare la famiglia.

La sua gioia fu tanta che non vedeva l’ora che i capelli ricrescessero per ripetere l’esperienza.

Eppure, sebbene povere, le bimbe ebbero a crescere buone, oneste e dignitose.

Ma i ricordi, sentiti dalla mia Mamma, sempre riferiti alla famiglia P… non si fermano qui. Con ilarità raccontava un episodio della vita della Nena, la nonna delle sue amichette.

La Nena, rimasta vedova, e con pochi mezzi, acconsentì a risposarsi con un vedovo alquanto sprovveduto nell’intelletto.

In inverno, le stanze da letto erano prive di riscaldamento e si faceva fatica a riscaldarsi fra coperte e lenzuola così gelate da sembrare umide.

Alle finestre non necessitavano tende, perché l’umidità del respiro contro il freddo vetro intesseva delle tendine naturali di ghiaccio.

I novelli sposi avevano un letto costituito da un pagliericcio riempito dalla scortecciatura del granturco che posava su di un tavolaccio, a sua volta sostenuto da cavalletti.

La sposina soffriva di un gran freddo ai piedi e chiedeva al marito che glieli scaldasse sotto alle ascelle. Il malcapitato acconsentì per qualche tempo e poi, lui stesso infreddolito, negò di provvedervi.

La furbizia della donna era tanta, tanta da escogitare una messa in scena per gabbare il povero gonzo:  Sant’Antonio l’aiutò.

La Nena possedeva una statuina di Sant’Antonio intagliata nel legno ed a quella legò una cordicella che pendeva dal cassetto del comodino. Tirando lo spago, la statuina dentro al cassetto produceva dei sinistri rumori.

Allorquando Il marito si coricava senza scaldarle i piedi, la donna tirava la cordicella invocando l’anima del primo marito: “Anima del mio povero Momi, vieni ad aiutare la tua Nena!”

Rabbrividendo di paura per i rumori che seguivano le invocazioni di aiuto, il povero marito credulone affrontava il gelo e, cacciandosi i piedi della donna sotto le ascelle, la implorava: “No, Nena, No!!!”

 

 

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